Giovanni Vitolo.
.
Medioevo.
I caratteri originali di un'et di transizione.
.
Parte 6.
.
2000 Rizzoli RCS Libri, MILANO.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Indice di questa parte.
...
.
...

23. Chiusure oligarchiche e consolidamento delle istituzioni nell'Italia centro-settentrionale.
.
23.1 La crisi degli ordinamenti comunali e le origini della signoria cittadina.
23.2 Esperimenti signorili in Toscana.
23.3 Chiusure oligarchiche e restringimento degli spazi di iniziativa politica.
23.4 Firenze dal regime oligarchico alla Signoria.
23.5 La politica espansionistica delle Signorie.
23.6 Verso la formazione degli Stati regionali.
23.7 Una realt politica atipica: lo Stato della Chiesa.
23.8 Modelli di organizzazione politica negli Stati regionali italiani.
IL DIBATTITO STORIOGRAFICO: Processi di costruzione statale in Italia.
Bibliografia.
...
.
...

24. Al di l dei confini dell'impero. Le altre realt politiche del continente euroasiatico.
.
24.1 Un paesaggio politico instabile e tumultuoso.
24.2 I paesi scandinavi.
24.3 Il Regno di Boemia.
24.4 L'ordine dei Cavalieri teutonici e le origini dello Stato prussiano.
24.5 La Polonia-Lituania.
24.6 Il Regno di Ungheria-Croazia.
24.7 La Bulgaria e la Serbia.
24.8 Stato e Chiesa in Russia: Mosca terza Roma.
24.9 Tamerlano e l'ultima fase dell'espansionismo mongolo.
24.10 I Turchi all'assalto dell'Europa.
24.11 La caduta di Costantinopoli e la ripresa dell'espansionismo turco.
APPROFONDIMENTI: Dracula: da prncipe a vampiro.
24.12 L'organizzazione dell'impero turco.
il DIBATTITO STORIOGRAFICO: L'impero ottomano: uno Stato tra Oriente e Occidente.
Bibliografia.
...
.
...
25. La Chiesa tra crisi istituzionale e dissenso religioso.
.
25.1 Il papato ad Avignone.
APPROFONDIMENTI: La Cancelleria pontificia e l'acquisto degli uffici.
25.2 Nuove forme di dissenso religioso.
25.3 Il ritorno dei papi a Roma e lo scisma.
25.4 Il movimento conciliarista e la fine dello scisma.
25.5 La ripresa dell'autorit pontificia.
25.6 I problemi della cura d'anime e il movimento dell'Osservanza.
IL DIBATTITO STORIOGRAFICO: Movimenti dell'Osservanza e dinamiche politico-sociali.
Bibliografia.
...
.
...
26. Alla ricerca di un difficile equilibrio. Politica e cultura nell'Italia del Quattrocento
.
26.1 Tentativi di egemonia dei Visconti.
26.2 Dall'egemonia di Venezia alla Lega italica.
26.3 Gli Stati italiani dopo la pace di Lodi.
26.4 Lorenzo il Magnifico e la politica dell'equilibrio.
26.5 Il trionfo dell'Umanesimo.
26.6 Il mecenatismo e i centri della cultura rinascimentale.
26.7 La musica nelle corti e nella societ del Quattrocento.
26.8 La nascita della diplomazia moderna.
APPROFONDIMENTI: Vita da ambasciatore.
26.9 La crisi del sistema degli Stati italiani.
IL DIBATTITO STORIOGRAFICO: Il Rinascimento: mito o realt?
Bibliografia.
...
.
...
FINE Indice.
...
.
...
23. Chiusure oligarchiche e consolidamento delle istituzioni in Italia centro-settentrionale.
...
.
...
23.1. La crisi degli ordinamenti comunali e le origini della signoria cittadina.
...
.
...
L'esperienza comunale, in atto agli inizi del Duecento non solo nelle citt dell'Italia centro-settentrionale ma anche nei centri minori da esse dipendenti, dove si formarono i cosiddetti Comuni rurali, fu caratterizzata dappertutto da una perenne instabilit delle istituzioni.
All'origine di essa c'era principalmente una dinamica sociale assai vivace che, nel contesto di un'economia in espansione, portava all'ascesa di nuove famiglie e al tentativo di categorie sociali, fino ad allora ai margini della vita politica, di allargare gli spazi di "democrazia".
C'era per anche l'incapacit dei Comuni di dotarsi di pi saldi ordinamenti, in grado di incanalare le lotte per il potere in forme che non pregiudicassero il funzionamento delle istituzioni politiche e sociali. Orbene, entrambi questi motivi di instabilit appaiono in via di superamento nel corso del Trecento, quando si generalizzarono dei processi che all'inizio sembrava dovessero interessare solo alcune citt e che portarono molto presto a una semplificazione del quadro politico. Alla base di essi c'era anche l'intraprendenza di grandi famiglie dell'aristocrazia feudale, che, facendo leva sia sulle clientele vassallatiche dei loro domini rurali sia su collegamenti con potenti consorterie nobiliari delle citt, diedero una forte spinta alla crisi delle istituzioni comunali e alla loro evoluzione in senso signorile.
Il primo caso, precocissimo,  quello di Ferrara, citt nella quale gi nel corso del Dodicesimo secolo la vita del Comune era stata fortemente condizionata dalle lotte per il predominio tra le varie fazioni aristocratiche: lotte che si conclusero nel 1240 con la vittoria definitiva degli Estensi. Il loro dominio non poggiava soltanto sul sostegno di famiglie dell'aristocrazia cittadina, ma anche su una cospicua base fondiaria, utilizzata per accrescere il numero dei propri aderenti attraverso la concessione di feudi. Ai nuovi vassalli fu imposto, infatti, l'obbligo di fornire aiuto militare per sedare i tumulti in citt e nel territorio, Un esempio ancora pi clamoroso di come l'instabilit delle istituzioni comunali aprisse ampi spazi per l'affermazione di famiglie che, per quanto non prive di collegamenti con gli ambienti cittadini, erano ancora fortemente immerse nel mondo feudale,  fornito dalla vicenda dei da Romano, famiglia dotata di grandi patrimoni fondiari e di estese clientele vassallatiche nel Veneto, soprattutto nella fascia prealpina; il suo maggiore esponente fu Ezzelino Terzo da Romano, il quale si impose, a partire dagli anni Trenta del Duecento, su Verona, Vicenza, Padova e Treviso. Nel passato gli storici hanno posto l'accento sui metodi terroristici da lui usati per conquistare e mantenere il potere fino al 1259, quando fu sconfitto e ucciso nella battaglia di Cassano d'Adda da un esercito messo insieme dai suoi nemici; oggi per si  concordi nell'individuare nella rete dei suoi aderenti nelle varie citt la base principale del suo potere; diversamente non si spiegherebbe n la lunga durata del suo dominio n la fedelt di citt, quali Verona e Vicenza, anche quando la sua stella stava ormai tramontando.
Sostanzialmente analogo il caso di Oberto Pelavicino, che, dopo essere stato alleato di Ezzelino, si era posto a capo dell'esercito che ne aveva provocato la fine. Dotato di fortezze e di beni sparsi per gran parte della Pianura padana, si impose nel giro di pochi anni su citt quali Alessandria, Milano, Cremona, Pavia, Piacenza e Parma, creandosi un vasto dominio tra Piemonte, Lombardia ed Emilia, destinato per a entrare in crisi con l'arrivo di Carlo d'Angi in Italia, per dissolversi del tutto alla sua morte, nel 1269.
Pi concentrata territorialmente fu la dominazione che stabil su citt della Padania occidentale il marchese Guglielmo Settimo di Monferrato. La sua morte nel 1292, mentre era prigioniero ad Alessandria, che gli si era ribellata, mostra, per, chiaramente il carattere effimero di quelle costruzioni politiche signorili che, pur potendo contare sul sostegno di fazioni cittadine, si presentavano con un carattere spiccatamente feudale e non erano strettamente ancorate a nessuna delle citt in esse inglobate. Il successo arrise invece a quelle stirpi militari che ne raccolsero l'eredit in sede locale e che, pur essendo ricche di feudi nel contado, erano da tempi pi o meno lontani legate anche alla realt di una citt, dove avevano ricoperto incarichi per conto del Comune o ai vertici delle istituzioni ecclesiastiche.  questo, ad esempio, il caso dei Visconti a Milano, degli Scaligeri a Verona, dei da Camino a Treviso, dei Carraresi a Padova, dei Bonacolsi e dei Gonzaga a Mantova, degli Ubertini e dei Tarlati ad Arezzo, degli Antelminelli a Lucca, dei Gherardesca a Pisa, dei Malatesta a Rimini.
La rapidit con cui l'eredit dei signori forestieri fu raccolta da elementi locali - a dimostrazione del fatto che ormai la signoria, come tipo di governo, veniva riconosciuta come pi rispondente alle esigenze della societ - si coglie assai bene a Verona e a Milano, citt le cui vicende sono per tanti aspetti esemplari, anche se, per quanto riguarda il passaggio dal Comune alla Signoria, non  possibile individuare un modello unico.
A Verona Mastino della Scala subentr a Ezzelino da Romano subito dopo la sua scomparsa nel 1259, anche se in apparenza ci fu un semplice ritorno al regime comunale: egli infatti non assunse il titolo di signore, ma solo quello di podest e successivamente, nel 1262, quello di capitano del popolo, per cui non ci fu formalmente un cambiamento di costituzione politica, ma solo l'affermazione di un potere di fatto. N si tratt di un'esperienza esclusivamente veronese, dato che quasi dovunque, e fino al sorgere dell'ultima grande signoria, quella dei Medici a Firenze, nel 1434, ci fu una fase pi o meno lunga in cui le istituzioni comunali furono svuotate di contenuto, ma non ancora abbattute:  il fenomeno tradizionalmente indicato come "criptosignoria". Non sono per solo la precocit e le modalit del sorgere della signoria a rendere interessante il caso di Verona; significativo  anche il fatto che Mastino della Scala giunga al potere con l'appoggio dei mercanti, i quali, pur di garantire alla citt pace e stabilit politica, preferirono porsi sotto la tutela di un signore.
Anche a Milano il superamento del regime comunale avvenne lentamente e con vari espedienti formali. All'inizio si imposero con il sostegno del popolo, organizzato nella "Credenza di Sant'Ambrogio", della Torre (o Torriani), un cui esponente, Martino della Torre, ebbe nel 1259 il titolo di "anziano perpetuo del popolo", ma nel 1277 i nobili, capeggiati dall'arcivescovo Ottone Visconti, presero definitivamente il sopravvento, proclamando signore lo stesso arcivescovo. Una tappa importante nel consolidamento della signoria fu costituita dal conferimento a Matteo Visconti, nel 1294, del vicariato imperiale da parte dell'imperatore Adolfo di Nassau: vicariato, che ebbero successivamente altri membri della dinastia.
In questo modo il signore di Milano, configurandosi come funzionario dell'imperatore, mostrava di considerare il suo potere non pi basato sul consenso dei cittadini, ma su una delega concessa dall'alto. Cento anni dopo, nel 1395, in coincidenza con la massima espansione territoriale della signoria viscontea, l'imperatore Venceslao di Boemia confer a Gian Galeazzo Visconti il titolo di principe e duca: in questa maniera la signoria viscontea non solo si distaccava definitivamente dall'antica struttura comunale, ma si rendeva autonoma dallo stesso imperatore, rispetto al quale il principe non era pi un funzionario, ma un collega, sia pur di rango inferiore.


23.2
Esperimenti signorili in Toscana

Non dovunque, tuttavia, il passaggio dal Comune alla Signoria fu un atto definitivo e irreversibile.
Gli esempi pi numerosi sono offerti dalla Toscana, dove le istituzioni comunali mostrarono una certa vitalit ancora per tutto il Trecento, per cui s ricorse alla signoria solo per brevi periodi e per far fronte a circostanze eccezionali. Cos a Pisa si afferm come signore Uguccione della Faggiola, che estese il suo dominio anche su Lucca e, come capo dei ghibellini di Toscana, inflisse ai Fiorentini e ai loro alleati guelfi una dura sconfitta a Montecatini nel 1315; ma l'anno dopo una rivolta popolare lo costrinse a lasciare la citt. Qualche anno dopo le sue gesta furono emulate da Castruccio Castracani, che prese il potere a Lucca, imponendosi poi anche a Pisa e a Pistoia, e portando di nuovo l'attacco a Firenze, che, sconfitta ad Altopascio nel 1325, non trov di meglio che porsi sotto il protettorato di Roberto d'Angi, re di Napoli e capo naturale dei guelfi d'Italia. Nel 1328 per anche questo secondo esperimento signorile toscano si esaur con la morte del suo protagonista.
Nel settembre del 1342 fu la volta di Firenze. La citt attraversava allora un periodo di crisi non soltanto per i ripetuti rovesci militari dianzi ricordati e per l'irrequietezza dei nobili (i "grandi", come li definiscono le fonti) che, forti delle loro clientele all'interno e all'esterno del perimetro urbano, non perdevano occasione per contestare il governo egemonizzato dal "popolo grasso" (come veniva chiamato il ceto dei grandi mercanti), ma anche per le agitazioni dei salariati dell'industria tessile, duramente colpiti dalla difficile congiuntura economica che, come si  detto, interessava allora l'intera Europa. La situazione precipit quando si realizz una convergenza tra "grandi" e "popolazzo minuto", come con linguaggio assai colorito si esprime il cronista Giovanni Villani.
Artefice dell'operazione fu uno spiantato avventuriero francese, Gualtieri di Brienne, che era protetto da Roberto d'Angi e si attribuiva il titolo di duca di Atene. Impadronitosi del potere, concep l'ardito disegno di instaurare una sua personale signoria, eliminando dal governo della citt non soltanto il "popolo grasso", ma anche i "grandi" che lo avevano sostenuto: disegno che comportava il disarmo di tutti i gruppi sociali, e quindi sia delle "masnade dei grandi" sia delle compagnie armate di popolo. Era troppo per una societ, come quella fiorentina, ancora assai vitale e, quindi, non disposta a rinunciare all'improvviso e in maniera definitiva alle sue tradizioni politiche. Cos il tiranno, che aveva pensato di potersi reggere solo con l'aiuto dei suoi cavalieri francesi e "puttaneggiando" con "beccai, vinattieri e scardassieri e artefici minuti" (sono sempre parole del Villani), fu cacciato gi nel luglio dell'anno dopo con un'insurrezione generale, che vide la mobilitazione di tutti i gruppi sociali.


23.3
Chiusure oligarchiche e restringimento degli spazi
di iniziativa politica

La vicenda del duca di Atene non fu una semplice parentesi nella storia di Firenze, ma contribu a mettere in moto o, quanto meno, a dare un'ulteriore spinta a un fenomeno altrove gi in atto dalla fine del Duecento, vale a dire alla formazione di regimi di tipo oligarchico.
Il fatto  che l'avvento del popolo al governo del Comune, l dove si era realizzato, aveva comportato un allargamento degli spazi di iniziativa politica, che si era rivelato troppo ampio rispetto alle possibilit di societ, che, nonostante lo sviluppo dei commerci e delle attivit produttive, continuavano in larghissima parte ad essere suggestionate dai valori e dallo stile di vita del ceto aristocratico. Non si spiegherebbe diversamente il fenomeno, in apparenza contraddittorio, dei "grandi di popolo", di quelle famiglie nobili, cio, schierate con il popolo: non si tratta, infatti, soltanto di nobili alleatisi con il popolo, perch in antagonismo con il resto della nobilt, come i della Torre a Milano, ma anche di esponenti dei ceti mercantili e bancari, che coronavano la loro ascesa economica e sociale, conseguendo la dignit cavalieresca o comunque la fama di "grandi".
 questo, ad esempio, il caso della famiglia bolognese dei Principi, la cui parabola si svolse tutta nell'arco di un secolo. In una posizione di primo piano nell'ambito della vita mercantile cittadina agli inizi del Duecento - uno dei momenti pi felici per il commercio bolognese -, a met del secolo appaiono gi integrati nel ceto aristocratico dominante, di cui hanno assunto lo stile di vita e quindi l'organizzazione in clan, con la concentrazione delle loro case quasi a formare un isolato, completo di torri e di sale di riunione.
Infine vengono espulsi dalla citt nel 1280 e, definitivamente, nel 1306, perch impegnati con gli altri "grandi" - e, anzi, con maggiore accanimento, come in genere accade ai neofiti - a mantenere il controllo del governo cittadino e a escludere da esso gli artigiani e quegli altri mercanti meno facoltosi che aspiravano a entrare nell'orbita del potere.
Non meno chiaro  quanto avveniva a Genova, dove ugualmente si ebbe nel corso del Duecento la progressiva assunzione da parte dei nuovi ricchi di costumi, modi di vita e atteggiamenti mentali dei nobili, tra cui l'organizzazione in clan (detti a Genova "alberghi") e la tendenza a combattersi tra di loro per la conquista e la gestione del potere "alla maniera dei nobili" (more nobilium).
L'assunzione da parte di famiglie di origine borghese di stili di vita propri dell'aristocrazia, facilitata anche dai legami matrimoniali, non sempre comport, tuttavia, l'abbandono di quei valori di razionalit e di ordine, che erano propri del ceto mercantile e finanziario. Il fenomeno pi diffuso nel corso del Tre-Quattrocento fu piuttosto la nascita di un patriziato cittadino, risultante dalla convergenza di vecchio ceto cavalieresco e alta borghesia, tendenzialmente chiuso e compatto nel frenare l'ascesa sociale e politica di nuove famiglie, ma nello stesso tempo con un pi alto livello culturale e con un gusto per il lusso e il mecenatismo, che sar una delle componenti fondamentali della civilt del Rinascimento.
Il caso pi notevole  quello di Venezia, che pure sembrava orientata in tutt'altra direzione.
La citt, infatti, non aveva mai conosciuto le tensioni sociali e l'instabilit politica che avevano reso, ad esempio, travagliata la vita di un Comune come quello di Genova, data l'assenza nella laguna di forti consorterie nobiliari e la disponibilit dei nobili ad accogliere nella sfera del potere le nuove famiglie che si erano arricchite attraverso i traffici. A ci  da aggiungere che il carattere dell'economia veneziana, basata pi sul commercio e sulle attivit finanziarie che sulla produzione tessile e sull'artigianato, consent di evitare quel concentramento di salariati e di piccoli artigiani che, come si  visto, rendeva sempre precari gli equilibri politici e sociali di altri centri urbani. Eppure proprio Venezia fu la citt, nella quale il ceto dirigente aristocratico-borghese non solo cominci a chiudersi, ma addirittura diede sanzione istituzionale a quella che sembrava solo una linea di tendenza, attuando nel 1297 la cosiddetta Serrata del Maggior consiglio, grazie alla quale l'accesso al principale organo di governo della repubblica veniva praticamente riservato alle famiglie che gi ne avevano fatto parte nei precedenti quattro anni; i nuovi ricchi e quanti avessero fatto fortuna nel futuro avrebbero potuto entrarne a far parte solo su proposta del doge e del suo consiglio. La chiusura divenne ancora pi forte nel 1323, quando si stabil che era riservato a coloro che avessero gi ricoperto alti uffici comunali l'accesso non solo al Maggior consiglio, ma anche agli altri organismi di governo.


23.4
Firenze dal regime oligarchico alla Signoria

Al modello veneziano guard pi di una delle famiglie di "grandi" di Firenze, che conoscevano assai bene la realt politica e sociale della citt lagunare, con la quale gli operatori economici fiorentini avevano rapporti assai stretti. Ma si trattava di situazioni troppo diverse, perch determinate istituzioni potessero essere trapiantate facilmente dall'una all'altra. A Firenze, infatti, ancora alla met del Trecento, la convergenza e l'assimilazione tra nobilt e popolo grasso erano appena agli inizi, per cui i contrasti potevano ancora esplodere violentemente.
Lo si vide all'indomani della cacciata del duca di Atene, quando il vecchio ceto magnatizio, imbaldanzito per l'apporto decisivo dato dalle sue masnade alla sollevazione contro il tiranno, non solo chiese e ottenne la revoca degli Ordinamenti di giustizia, ma mostr anche di voler spadroneggiare nel governo cittadino, suscitando cos la violenta reazione delle ripristinate compagnie armate di popolo. L'odio popolare si rivolse soprattutto contro le case-fortezze e i beni dei Donati, dei Cavalcanti, dei Rossi, dei Frescobaldi e dei Bardi in particolare, i pi odiati "per la loro grande superbia". Furono allora reintrodotti gli Ordinamenti di giustizia, ma questa volta non si mir a colpire i "grandi" come ceto, bens soltanto i pi pericolosi e potenti, staccando da loro quelli "meno possenti e non malefichi", ben cinquecento, che furono "recati a essere popolani", furono accolti cio tra le famiglie di popolo e ammessi negli organismi del Comune: operazione politica, che segna una tappa fondamentale nel processo di fusione fra nobilt guelfa e grandi mercanti, e quindi nella formazione di un patriziato cittadino.
Un patriziato, quello fiorentino, nella seconda met del Trecento ancora scarsamente solidale al suo interno e la cui egemonia nella societ e nel Comune era continuamente scossa da difficolt di ogni genere, in gran parte di origine esterna: crescita enorme del debito pubblico, provocato dal continuo incremento delle spese militari per frenare l'espansionismo degli Stati vicini; crollo delle grandi banche dei Bardi, dei Peruzzi e degli Acciaiuoli, che coinvolse un gran numero di piccoli e medi operatori economici, e che fu vissuto dalla citt come un vero e proprio dramma collettivo; peste nera del 1348 ed epidemie degli anni seguenti; agitazioni di salariati, culminate nella rivolta del 1378.
Queste ultime soprattutto crearono le condizioni perch alcune famiglie potenti, quali gli Alberti, gli Strozzi, gli Scali, i Dini, i Medici, tentassero, in occasione del tumulto dei Ciompi nel 1378, un colpo di mano, sposando la causa del popolo minuto. Il fallimento della rivolta e la reazione che ne segu rafforzarono il ruolo economico-sociale e politico delle Arti maggiori e la coesione del patriziato cittadino, anche se questo non mise fine alle lotte tra le varie famiglie per la leadership all'interno del ceto dirigente. Chi ne usc annientata fu la famiglia degli Alberti, certamente la pi importante negli anni immediatamente precedenti lo scoppio della rivolta: banditi dalla citt e perseguitati per una buona trentina di anni, non sopravvissero politicamente alla tempesta e andarono incontro a un rapido declino anche sul piano economico.
Allo stesso destino sembravano avviati i Medici, che si erano esposti troppo nell'audace tentativo di Salvestro di presentarsi come difensore del popolo minuto, ma si salvarono grazie alla mancanza di coesione politica tra i diversi rami della famiglia, alcuni dei quali si erano schierati con la fazione vittoriosa. Salvestro fu cos condannato solo all'esilio e non anche alla confisca dei beni come gli Alberti, e questo consent ai Medici di conservare intatta la base materiale della loro potenza.
I grandi vincitori erano senza dubbio gli Albizzi, fin dall'inizio schierati in prima linea contro i rivoltosi e i loro protettori. Gi da tempo influenti come esponenti di rilievo della parte guelfa, avevano ora la possibilit di prendere in mano direttamente la guida del Comune (o, meglio, della Signoria, come allora ormai veniva indicato a Firenze il governo comunale), grazie all'abilit politica del loro capo, Maso, il quale riusc a legare a s altri personaggi di notevole spessore politico, quali Niccol da Uzzano e Gino Capponi. Gli oligarchi - come ormai gli storici chiamano abitualmente questo gruppo ristretto di governo - procedettero allora a una serie di riforme istituzionali, che tra il 1382 e il 1396 crearono le condizioni, perch le cariche pubbliche venissero riservate ai loro pi fedeli partigiani e la magistratura degli Otto di Guardia (Octo custodiae) funzionasse come una vera e propria polizia politica di Stato. Al di l di questo, per, gli oligarchi non riuscirono ad andare, perch divisi al loro interno tra chi, come Niccol dai Uzzano, intendeva restare fedele alle vecchie istituzioni, ancorch riformate, e chi, come Maso, aveva preso gusto all'esercizio di un potere personale. La situazione peggior con la morte di Maso nel 1417, al quale successe, nella pretesa di esercitare il dominio in citt, il figlio Rinaldo, molto diverso dal padre per l'impetuosit del carattere.
Intanto, mostrando apparentemente distacco nei riguardi delle rivalit interne gruppo degli oligarchi, ai quali avevano a un certo punto aderito, i discendenti di Salvestro dei Medici erano fortemente impegnati ad accumulare ricchezze e beni fondiari nel Mugello, cercando nello stesso tempo di accrescere il loro prestigio di mercanti-banchieri. Artefice principale delle fortune della famiglia fu Giovanni (1360-1429), nel 1420 ordinato cavaliere insieme a Rinaldo Strozzi. Egli accumul un patrimonio notevolissimo e seppe cancellare con una condotta politica assai accorta il ricordo della politica avventurosa dell'antenato Salvestro, senza per perdere del tutto le simpatie che tradizionalmente la famiglia aveva sempre goduto negli ambienti della piccola e media borghesia.
Suo degno erede fu il figlio Cosimo (1389-1464), il quale, dopo aver trascorso buona parte della giovinezza in viaggi all'estero, mostrava di volersi dedicare soprattutto agli affari e di preferire la pace delle sue propriet del Mugello ai contrasti e alle tensioni della vita politica cittadina. Le gravi difficolt finanziarie in cui si dibatteva il governo degli oligarchi, dissanguato dalle guerre prima contro Filippo Maria Visconti e poi per la conquista, rivelatasi impossibile, di Lucca, provocavano intanto, insieme all'insorgere di malcontento e di disagio, l'emergere all'interno del patriziato di una corrente moderata, di cui facevano parte i Pandolfini e alcuni Capponi, Guicciardini e Alberti, inclini ad attribuire proprio a Cosimo dei Medici un ruolo di maggiore influenza nel governo di Firenze, in considerazione del prestigio di cui godeva come uomo di affari e delle molteplici relazioni intessute con i governanti di altri Stati.
Rinaldo degli lbizzi allora, rendendosi conto del progressivo logoramento della sua posizione, decise di accelerare i tempi e di sbarazzarsi del suo potenziale avversario, convocandolo in citt ai primi di settembre del 1433, con il pretesto di volerlo consultare sugli affari di Stato, e facendolo arrestare. Sarebbe stato suo desiderio farlo condannare a morte, ma gli riusc soltanto di mandarlo in esilio a Padova per dieci anni. Quello che avrebbe dovuto essere un provvedimento punitivo si trasform tuttavia per Cosimo in un trionfo, dato che ovunque fu accolto con grandi onori e l'esilio gli forn l'occasione per stringere rapporti sempre pi stretti con Venezia, con il duca di Ferrara e con il pontefice Eugenio IV, nel mentre i suoi sostenitori a Firenze conducevano una prudente ma efficace opera di propaganda in suo favore. Il risultato fu che il 29 settembre 1434 Cosimo fu richiamato in patria nonostante l'opposizione armata di Rinaldo degli lbizzi. Mentre i suoi avversari prendevano a loro volta la via dell'esilio, Cosimo dei Medici dava inizio alla sua "criptosignoria", destinata a durare trent'anni, durante i quali esercit il potere senza ricoprire cariche e senza assumere atteggiamenti dittatoriali, ma lasciando in vigore le istituzioni comunali e collocando nei posti di comando amici e fautori.


23.5
La politica espansionistica delle Signorie

La formazione delle Signorie coincise in Italia con l'avvio di una serie di tentativi espansionistici, che portarono alla semplificazione del quadro politico della penisola attraverso la creazione di organismi politici di pi vaste dimensioni. Anzi, secondo Ernesto Sestan, l'espansionismo  da considerare un elemento costitutivo, e quindi originario, del governo del signore, il quale giungeva in genere al potere appoggiandosi a una rete di aderenti e sostenitori presenti non soltanto nella sua citt, ma in un territorio che superava ampiamente l'ambito municipale, per coincidere con quello in cui avevano interessi o risiedevano fisicamente esponenti delle fazioni cittadine, che avevano dovuto prendere la strada dell'esilio. Il fenomeno del fuoriuscitismo, cos, se procurava per lo pi a chi vi era coinvolto danni e sofferenze non lievi, contribuiva nondimeno a creare sistemi di rapporti a pi largo raggio, capaci di allargare i tradizionali orizzonti politici. Nella stessa direzione andava anche l'economia del tempo, caratterizzata, come si  visto, da una circolazione sempre pi intensa di uomini e di beni, per la quale le frontiere delle piccole formazioni politiche dell'Italia centro-settentrionale rappresentavano un ostacolo evidente. Del resto, che l'espansionismo sia legato all'origine stessa delle Signorie,  dimostrato proprio dagli esempi pi antichi, dianzi menzionati, di Ezzelino Terzo da Romano nel Veneto, di Oberto Pelavicino in Lombardia e di Guglielmo VII di Monferrato in Piemonte.
N furono da meno i loro continuatori. Nel Veneto, protagonisti di un'ambiziosa politica di potenza furono gli Scaligeri, che per pi di un secolo esercitarono una grande influenza anche in Toscana e in Lombardia. L'esponente pi noto della famiglia  Can grande Primo (1291-1329), il quale estese la sua signoria su Padova e buona parte del Veneto, ma soprattutto protesse artisti e letterati, tra cui Dante Alighieri, che assicur gloria imperitura alla sua memoria. Il massimo della potenza fu raggiunto tuttavia con suo nipote Mastino Secondo (1329-1351), il quale, dopo aver conquistato Treviso, si impose anche su Brescia, Parma e Lucca, e si diceva che volesse diventare "re di Lombardia". Bloccato per dalla violenta reazione di Firenze, di Venezia e dei Visconti di Milano, dovette venire a i patti con i suoi nemici nel 1339, accettando la pace di Venezia, in conseguenza della quale il suo dominio si ridusse alle sole citt di Verona e Vicenza. Nel 1387, infine, la stessa Verona passer nelle mani dei Visconti.
Il crollo dei disegni espansionistici degli Scaligeri apr definitivamente la strada ai Visconti, i quali, nonostante le rivalit interne e le forti resistenze che incontravano nel governo delle citt via via sottomesse, continuavano nondimeno ad estendere il loro dominio, raggiungendo l'apice della potenza con Gian Galeazzo, il quale nel 1385 fece uccidere lo zio Bernab, restando unico arbitro del potere. Dopo avere stretto legami di parentela con la casa regnante francese attraverso il matrimonio di sua figlia Valentina con il duca d'Orlans, fratello del re Carlo VI, conquist nel Veneto Padova, Verona, Vicenza e Treviso, volgendosi poi verso la Toscana, dove conquist Pisa e sconfisse ripetutamente Firenze, senza per mai fiaccarne la resistenza.
La guerra fu combattuta non soltanto sui campi di battaglia, ma anche attraverso la propaganda nelle piazze e nelle corti di tutta l'Italia, appellandosi entrambi i contendenti a grandi valori: Firenze chiamando gli Italiani a stringersi intorno a s in nome della libert dal tiranno, Gian Galeazzo dichiarando di combattere per assicurare pace e benessere alle popolazioni stremate dai dissidi interni e dalle guerre esterne, e per cacciare dall'Italia gli eserciti mercenari stranieri. E in effetti i proclami del Visconti non cadevano nel vuoto, come mostra il caso di Bologna, che gli si sottomise spontaneamente, mentre in tante altre citt dell'Italia centrale si formavano partiti filoviscontei. Niente sembrava pi in grado di ostacolare il dominio di Gian Galeazzo su gran parte dell'Italia centro-settentrionale, e i poeti della sua corte gi lo chiamavano re (nel 1395, come si  visto, gli era stato conferito il titolo di duca dall'imperatore Venceslao), quando la morte mise fine nel 1402 anche alla sua ascesa.
Seguirono per il ducato anni di anarchia e di lotte intestine, complicate dal protagonismo dei capi delle truppe mercenarie, che ora ambivano a ritagliarsi spazi autonomi di potere, finch nel 1412 Filippo Maria Visconti non avvi il recupero dei territori perduti, riprendendo nell'arco di un decennio il controllo dell'intera Lombardia e di Genova, per poi spingersi in direzione della Svizzera.


23.6
Verso la formazione degli Stati regionali

Al di l delle alterne fortune della politica viscontea, il Ducato di Milano appariva chiaramente proiettato, sul finire del Trecento, ad assestarsi su un territorio coincidente a un di presso con l'attuale Lombardia, prefigurando cos una formazione politico-territoriale destinata a durare, nonostante vari cambiamenti di regime politico, fino al compimento dell'Unit d'Italia a met Ottocento. La tendenza alla formazione di Stati a dimensione regionale affiorava per fra Tre e Quattrocento non solo in area lombarda, ma anche nel resto dell'Italia centro-settentrionale, e questo a prescindere dal tipo di governo, signorile o repubblicano, operante nelle formazioni politiche dalle quali partirono i vari tentativi espansionistici.
Significativo a tal riguardo  il caso di Firenze, che, dopo essersi a lungo battuta contro i Visconti in nome della libert dal tiranno, imbocc essa stessa la strada delle conquiste territoriali, arrivando intorno al 1450 a controllare un territorio che comprendeva gran parte dell'attuale Toscana, ma non anche due centri importanti quali Lucca e Siena, che riuscirono a conservare la loro indipendenza. Le tappe pi importanti di questo processo di espansione furono le annessioni - con la forza o con l'esborso di notevoli somme di denaro - di Arezzo nel 1384, Pisa nel 1406, Cortona nel 1411, Livorno (costata 100.000 fiorini) nel 1421: annessioni grazie alle quali Firenze pot contare su un accesso indipendente al mare e sul controllo di tutto il litorale toscano. Particolarmente prezioso si rivel a tal fine l'acquisto di Livorno, dato il progressivo impaludamento del porto di Pisa.
L'espansionismo di Venezia cominci un po' pi tardi e fu il risultato di una svolta nella sua politica estera.  vero che gi verso la met del Trecento la "Serenissima Repubblica di San Marco" era stata costretta a impegnarsi pi volte sulla terraferma, per bloccare l'avanzata degli Scaligeri, ma questo non l'aveva distolta dal suo obiettivo principale, che era il dominio del Mediterraneo orientale e dei mercati che su di esso gravitavano: obiettivo che la pose prima in competizione e poi in aperto conflitto con Genova, che aveva assunto il controllo del commercio tirrenico dopo la vittoria riportata su Pisa nel 1284 con la battaglia navale della Meloria. La lunga guerra che ne segu fu combattuta dalle due repubbliche con alterna fortuna, finch negli anni 1380-1381 sembr volgere decisamente a favore dei Genovesi, i quali, dopo aver battuto i loro avversari presso Pola, si insediarono a Chioggia, all'estremit meridionale della laguna. Nello stesso tempo Venezia veniva minacciata anche da terra da una forte coalizione, che vedeva uniti i Carraresi di Padova, il patriarca di Aquileia, il duca d'Austria e il re d'Ungheria. Nell'ora del pericolo i Veneziani fecero appello per a tutte le loro forze e, mentre tenevano a bada i nemici di terraferma, investirono la base genovese di Chioggia con una potente flotta comandata dall'ammiraglio Vettor Pisani, che riusc a capovolgere la situazione, costringendo gli occupanti ad abbandonare le loro posizioni e a riprendere il mare. Fu possibile cos nel 1381, grazie alla mediazione del conte Amedeo Sesto di Savoia, stipulare a Torino un trattato di pace, che, se comport per Venezia la perdita di Trieste e di un tratto di costa dalmata a favore degli Asburgo, le consent tuttavia di uscire senza danni irreparabili da una situazione di grave pericolo.
La vicenda contribu anche a dare forza alle argomentazioni di quelli che sostenevano la necessit di seguire con maggiore attenzione l'evolversi della situazione in terraferma, tanto pi che gi si profilava all'orizzonte un nuovo pericolo, l'espansionismo di Gian Galeazzo Visconti. Il risultato fu che Venezia si trov ben presto coinvolta, in maniera crescente e in posizione di primo piano, nella politica italiana, giungendo a crearsi nei primi decenni del Quattrocento un vasto dominio, comprendente negli anni 1404-1405 Treviso, Vicenza, Padova, Verona, Belluno, Feltre e Bassano, cui si aggiunsero nel 1420 il patriarcato di Aquileia, l'Istria e il Friuli.
Contemporaneamente cresceva in Piemonte la potenza dei conti di Savoia, i quali dai loro domini sul versante francese delle Alpi avevano cominciato gi nel corso del Duecento a volgersi verso la Pianura padana, sfruttando la loro posizione di custodi dei passi alpini occidentali. Artefici dell'ascesa della famiglia furono i conti Amedeo Quinto (1285-1323), il gi citato Amedeo VI (1343-1383) e i suoi successori Amedeo Settimo (1383-1391) e Amedeo Ottavo (1391-1434), i quali non solo riuscirono a riunire i possessi dei tre rami in cui si era nel passato divisa la Casa dei Savoia, ma seppero inserirsi anche in un complesso e sempre mutevole gioco di alleanze, attraverso le quali concorsero, prima, ad abbattere la potenza del marchese Guglielmo Settimo del Monferrato e poi a indebolire i Visconti. Il risultato fu che quasi l'intero Piemonte (ad eccezione di Asti e del Monferrato) si ridusse sotto il loro controllo e che Amedeo VIII, insignito nel 1416 del titolo di duca dall'imperatore Sigismondo, fu considerato uno degli uomini pi potenti dell'Italia settentrionale.


23.7
Una realt politica atipica: lo Stato della Chiesa

Anche lo Stato pontificio mir alla costruzione di una salda dominazione territoriale, giustificata dall'esigenza di tutelare la libert della Chiesa. A farsene promotore era stato soprattutto Innocenzo III, ma il progetto si and realizzando nel corso del Duecento, portando gi alla fine del secolo all'individuazione di un territorio, destinato a mantenersi sostanzialmente stabile nei suoi confini fino all'Unit d'Italia e comprendente grosso modo le attuali regioni Lazio, Umbria, Marche e buona parte dell'Emilia-Romagna.
Il punto di partenza fu costituito dall'antico Patrimonium Petri, vale a dire dai territori un tempo appartenuti a Bisanzio e donati ai pontefici dai re franchi nel corso del secolo VIII: Roma e gran parte dell'attuale Lazio, Perugia e la Pentapoli (Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia e Ancona), nonch parte del ducato longobardo di Spoleto. Essi non avevano per mai costituito una coerente dominazione politico-territoriale, e ci non solo per l'esistenza di numerosi centri di potere locale, che rendevano impossibile, come nel resto dell'Occidente, il funzionamento di pi vasti organismi politici, ma anche per i diritti che a pi riprese gli imperatori rivendicarono su quelle terre. La situazione si venne chiarendo solo a partire dagli inizi del Duecento, quando la crisi dell'impero, comportando la rinuncia definitiva a qualsiasi pretesa sui territori pontifici, consent al papato non solo di recuperare terre da tempo sottratte alla sua sovranit, come la Marca di Ancona e l'antico Ducato di Spoleto, ma anche di annettersi nel 1278 l'intera Romagna, grazie alle concessioni dell'imperatore Rodolfo d'Asburgo.
Contemporaneamente si cerc di trasformare il dominio papale in governo effettivo, dividendo il territorio in sette province (Romagna, Marca d'Ancona, Ducato di Spoleto, Tuscia, Sabina, Marittima, Campagna), ognuna delle quali retta da un preside o rettore. Il potere ad essi conferito non era per assoluto e uguale dappertutto, dato che all'interno di ogni provincia restavano forme pi o meno ampie di autonomia a vantaggio sia di comunit urbane (particolarmente vivaci in Umbria e nelle Marche) sia di signori cittadini e rurali (i Malatesta a Rimini, i da Polenta a Ravenna, i Manfredi a Faenza, gli Ordelaffi a Forl, i Montefeltro a Urbino). Si trattava comunque di un equilibrio assai precario, continuamente scosso dalla vitalit dei maggiori centri urbani e delle pi aggressive dinastie signorili, tra cui le famiglie romane dei Colonna, degli Orsini e dei Caetani, dotate di vasti possedimenti nella campagna romana e nel resto del Lazio, e in irriducibile contrasto fra di loro per il controllo del papato.
La situazione peggior di molto con il trasferimento della curia papale ad Avignone.
Particolarmente agitata era la situazione a Roma, in balia delle fazioni cittadine e immiserita dalla riduzione del flusso dei pellegrini, oltre che dalla scomparsa di quella schiera foltissima di aspiranti a un beneficio ecclesiastico (un vescovato, un'abbazia, un canonicato), provenienti da ogni parte della Cristianit, che ora si dirigevano invece ad Avignone.
Il contrasto tra la realt misera del presente e i ricordi dell'antica grandezza, reso pi stridente dal recupero del passato avviato nella prima met del Trecento dal Petrarca e dai primi umanisti, cre le condizioni per la singolare avventura umana e politica di Cola di Rienzo.
Notaio di professione e dotato di buona cultura letteraria, oltre che di fascinosa eloquenza, concep l'ardito disegno di ridare grandezza a Roma, stringendo intorno ad essa l'Italia tutta. Facendo leva sull'esasperazione del popolo, riusc nel maggio del 1347 a sollevarlo contro la nobilt e a impadronirsi del potere, assumendo il titolo di "tribuno della libert, della pace e della giustizia e liberatore della sacra repubblica romana per l'autorit del clementissimo Signor Ges Cristo" e convocando, il 1 agosto di quello stesso anno, un'assemblea dei signori italiani e dei rappresentanti dei Comuni.
L'entusiasmo che queste iniziative suscitarono soprattutto nel mondo degli intellettuali, tra i quali lo stesso Petrarca, e gli ideali di pace e giustizia, che avevano ispirato i primi atti del tribuno, non valsero per a fargli perdonare gli eccessi della sua dittatura, per cui, trovatosi indifeso davanti alla reazione della curia avignonese e della nobilt, fu costretto nel dicembre seguente a lasciare la citt. Si rec allora in Germania presso l'imperatore Carlo Quarto di Boemia, sperando di riceverne appoggio, ma fu arrestato e condotto ad Avignone da papa Innocenzo VI. Questi per, inaspettatamente, lo accolse bene, decidendo addirittura di utilizzarlo nel tentativo di riprendere il controllo di Roma, dove nel frattempo la situazione dell'ordine pubblico si era fatta ancora pi grave per la comparsa di altri tribuni popolari.
Nell'agosto del 1354 pertanto Cola, investito del titolo di senatore, fece ritorno a Roma al seguito del legato papale, il cardinale spagnolo Egidio di Albornoz, il quale aveva l'incarico di restaurare l'autorit pontificia nel complesso dei territori della Chiesa. La sua seconda avventura fu per ancora pi breve e tragica della prima, perch, privo com'era di reali capacit di governo, in una situazione per giunta oggettivamente assai difficile, si alien ancora una volta le simpatie del popolo, che, stanco dei suoi procedimenti tirannici, si sollev e lo mise a morte nell'ottobre di quello stesso anno.
L'insuccesso di Cola di Rienzo non imped tuttavia all'Albornoz di proseguire nella sua opera e di raggiungere nel volgere di pochi anni grandi risultati. Dando prova di abilit ed energia, elimin o sottomise i signorotti ribelli, ponendoli sotto il controllo dei rettori provinciali di nomina pontificia; e lo stesso fece con le pi importanti citt, alcune delle quali occup direttamente. A coronamento della sua opera, infine, promulg a Fano nel 1357 le cosiddette Costituzioni egidiane, una serie organica di norme, che diedero allo Stato pontificio una configurazione destinata a durare sostanzialmente fino al 1816, quando furono ufficialmente abolite.


23.8
Modelli di organizzazione politica
negli Stati regionali italiani

Il problema di dare un assetto stabile a organismi politici di ampie dimensioni si poneva ovviamente nel Tre-Quattrocento non solo alla curia pontificia, ma anche alle dinastie e alle citt, che in quel periodo stavano dando vita a dominazioni territoriali di carattere regionale. Innanzitutto ai Visconti.
Come si  visto, essi avevano inglobato nel loro dominio un gran numero di Comuni, ognuno dei quali retto da propri ordinamenti e con una tradizione particolare per quanto riguardava i rapporti con le comunit rurali e con i centri di potere signorile esistenti nel contado. Omogeneizzare il tutto, imponendo agli abitanti di territori cos disparati le stesse leggi e sottoponendoli al governo diretto del duca, fu considerato impossibile dai Visconti, i quali non disponevano di un'adeguata burocrazia. Si punt pertanto a mantenere in vita i Comuni urbani e quelli rurali, ma considerandoli come organi locali dell'amministrazione statale. Questa, al tempo di Gian Galeazzo, si fondava su tre alte magistrature: il consiglio di giustizia, che fungeva da tribunale di appello rispetto alle magistrature locali; il consiglio segreto, che assisteva il duca negli affari di natura politica; la camera ducale, massimo organo in materia finanziaria e tributaria. Nello stesso tempo si fece largo uso anche delle pur sempre vitali istituzioni feudo-vassallatiche, per inquadrare nell'ordinamento dello Stato sia le vecchie signorie locali, gi presenti nel contado dei Comuni assoggettati al dominio visconteo, sia quelle nuove, formatesi pi di recente con la crisi dei Comuni urbani. E cos, paradossalmente, i rapporti feudo-vassallatici, che non erano scomparsi in Italia centro-settentrionale con la nascita dei Comuni e con l'avvento al potere della borghesia, non furono messi in crisi neanche dal nuovo Stato territoriale. Nonostante per i limiti dianzi individuati, quello visconteo era uno Stato tendenzialmente di tipo moderno, dato che diventavano sempre pi frequenti gli interventi del duca negli ambiti di competenza degli organismi locali. Venivano modificati, cos, gli statuti locali; si prendevano provvedimenti di validit generale in materia economica; si esercitava dovunque il controllo sul conferimento dei benefici da parte delle autorit ecclesiastiche; si provvide nel 1361 a istituire un'universit a Pavia, alla quale erano obbligati a recarsi gli studenti dei territori viscontei. Il risultato finale fu la creazione di un organismo politico, certo, non perfettamente omogeneo, ma dotato di una qualche coesione interna, se, entrato in crisi alla morte di Gian Galeazzo nel 1402, risorse pi forte di prima, quando il figlio Filippo Maria assunse nel 1412 la guida del ducato.
Alquanto diverso il modello organizzativo seguito inizialmente da Firenze, la quale si trov ad esercitare il suo dominio su citt, quali Pisa, Arezzo, Pistoia, che avevano un vasto contado, saldamente legato alla citt sulla base non solo della dipendenza politica, ma anche dei molteplici interessi di natura economica che vi avevano i cittadini. Si punt, infatti, a spezzare o, almeno, ad allentare questi rapporti, ridando maggiore autonomia alle comunit rurali, le quali, come si  detto a suo tempo, erano state sottoposte a un rigido controllo da parte del Comune popolare.
Esse, pertanto, dovettero ripristinare l'antico parlamento e dotarsi di nuovi statuti, oltre che di nuovi organi amministrativi. Questa politica, se trovava il gradimento delle popolazioni rurali, suscitava per la protesta dei ceti urbani, che venivano cos privati del controllo del contado, per cui a un certo punto Firenze ritenne opportuno non insistere su quella strada. Non che si cambiassero totalmente le norme varate in precedenza, ma si cominci a concedere tutta una serie di deroghe, con il risultato di ricondurre lentamente sotto la giurisdizione dei vari centri urbani almeno i territori ad essi pi vicini. In questo modo Firenze veniva a capo di resistenze che rischiavano di mettere in pericolo il suo dominio, ma nello stesso tempo rinunciava a dare ad esso un'amministrazione di tipo pi moderno.
Un modello intermedio  da considerare sostanzialmente quello adottato nel corso del Quattrocento da Venezia, anche se esso sul piano formale appare pi vicino a quello visconteo. La Serenissima lasci, infatti, tutta l'amministrazione locale nelle mani dei patriziati urbani, ma non perse occasione per ridimensionare il loro potere, ingerendosi continuamente in questioni di competenza dei consigli municipali e nei contrasti che inevitabilmente insorgevano fra le citt e i loro contadi. Il risultato fu la costruzione, sia pur a piccoli passi, di uno Stato abbastanza omogeneo al suo interno, in grado di superare nei secoli seguenti pi di un momento di difficolt.
Diversa invece la situazione dei domini dei Savoia, in cui l'autorit del duca potette affermarsi in maniera pi agevole, non dovendo essa imporsi a grandi citt con consolidate tradizioni di dominio sui rispettivi contadi. Fu possibile cos attuare nel 1430 un ordinamento che prevedeva la divisione del ducato in dodici province (baliaggi), a loro volta suddivise in castellarne, le une e le altre rette da funzionari scelti dal duca.


Il dibattito
storiografico

Processi di costruzione statale in italia


Il dibattito storiografico sui processi di costruzione statale in Italia  stato fino a qualche decennio fa fortemente condizionato da quello relativo alle formazioni politiche degli altri paesi europei, a sua volta condizionato da una connotazione temporale e spaziale che ne ha a lungo limitato le prospettive di sviluppo.
Cos, mentre da un lato l'aggettivo "moderno", che accompagnava di solito il termine "Stato", ha fatto s che gli ultimi due secoli del Medioevo, il Quattordicesimo e il XV, fossero studiati solo come un momento di incubazione di strutture e organismi che, gi presenti nelle monarchie feudali dei secoli XII-XIII, avrebbero trovato la loro piena maturazione solo fra il Cinquecento e il Seicento con la nascita degli "Stati moderni" e, di l a poco, "assoluti", dall'altro lato di questi ultimi sono stati studiati soprattutto quelli rappresentati dalle grandi monarchie nazionali dell'Europa occidentale (Francia, Inghilterra e Spagna) e del tutto ignorati quelli su base cittadina, regionale e federale, come la confederazione svizzera, gli Stati italiani, l'impero asburgico, le formazioni politiche olandese e belga, che non potevano essere inquadrati in quella prospettiva teleologica, culminante nel tardo Cinquecento nella nascita di organismi statali basati sul potenziamento del potere regio, della burocrazia, dell'organizzazione militare e di quella economico-fiscale.
A denunciare il clima ottocentesco in cui erano fioriti questi studi fu Federico Chabod (1901-1960), in due saggi del 1956-57, ora raccolti nel suo volume Scritti sul Rinascimento (Torino, Einaudi, 1967). In essi prendeva le distanze dalle tesi, ancora impregnate di sensibilit romantica, di Henri Hauser e di Roland Mousnier, i quali nei loro scritti, rispettivamente del 1930 (La modernit du XVIe siede) e del 1945 (Le XVIe et le XVII siecle) avevano insistito sulle idee di patria e di nazione come caratteristiche fondanti dello Stato europeo del Sedicesimo secolo, considerandole anacronistiche e applicabili solo alle tre grandi monarchie dell'Europa occidentale, e chiedendosi invece se sia esistito uno Stato del Rinascimento. Il suo approccio al problema era influenzato dalle teorie dello storico e sociologo tedesco Max Weber, il quale nella sua opera pi importante, Wirtschaft und Gesellschaft, scritta agli inizi del Novecento, ma pubblicata postuma nel 1922 e successivamente tradotta in italiano col titolo Economia e societ (Milano, Comunit, 1961), teorizz il passaggio dal sistema di governo "patrimoniale" a quello "burocratico": il primo, caratterizzato da una distinzione non troppo netta tra sfera pubblica e sfera privata, da giurisdizioni sovrapposte l'una all'altra e dall'utilizzazione di funzionari non specializzati, ma che svolgevano spesso contemporaneamente altri lavori; il secondo, basato sulla netta distinzione tra la sfera privata e quella pubblica, alla quale ultima sono destinati funzionari organizzati gerarchicamente e dotati di una buona formazione nonch in grado di produrre documentazione scritta.
Chabod applic il modello weberiano agli Stati italiani della seconda met del Quattrocento e del Cinquecento, nei quali egli ritrovava la nuova forma di organizzazione politica basata sulla potenza del principe e garantita dalla costituzione di eserciti stabili, dall'impiego di burocrazia efficiente e dal mantenimento di ambasciatori presso le corti straniere. In questo modo veniva superato il problema della decadenza della civilt comunale e della crisi della libert italiana, nonch quello del "ritardo" italiano nei processi di formazione statale, che tanta fortuna aveva trovato nella storiografia italiana, mentre venivano valorizzate le novit istituzionali cui anche l'Italia aveva partecipato attivamente.
La tesi di Chabod, accolta subito con vivo interesse, stimol nel corso degli anni Sessanta molti studi sia in vari paesi europei sia in Italia, dove fu sottoposta ad attenta verifica in ben definiti ambiti politico-territoriali, quali ad esempio Lucca, la repubblica di Venezia, il Regno di Napoli, ad opera di storici quali Marino Berengo, Angelo Ventura, Giuseppe Galasso, che si dedicarono soprattutto al Cinquecento, giungendo a conclusioni diverse, sulle quali non  possibile soffermarsi in questa sede. Segu negli anni Settanta un momento di riflessione, stimolata soprattutto dalla storiografia tedesca, che proprio allora fu presentata al pubblico italiano da un'antologia curata da Ettore Rotelli e Pierangelo Schiera (Lo stato moderno, Bologna, il Mulino, 1971-74) e dallo studio dedicato dallo stesso Schiera a Otto Hintze (P. Schiera, Otto Hintze, Napoli, Guida, 1974), uno dei padri della Verfassungsgeschichte (storia costituzionale), ossia di quella storiografia tedesca che ha sempre mirato a "una comprensione tendenzialmente globale dell'agire storico umano, in campo politico, incentrandolo appunto intorno al concetto materiale di costituzione, intesa come l'insieme delle forze sociali concorrenti a determinare l'unit politica di una determinata situazione storica" (p. 7).
Fra i primi a percepire i vantaggi di tale impostazione metodologica  stato in Italia Giorgio Chittolini, il quale nei suoi studi sulla formazione degli Stati regionali fra Tre e Quattrocento ha contestato le tesi di chi aveva visto nel Comune uno dei momenti fondamentali della storia politica italiana e nelle sue lotte intestine un vero e proprio conflitto di classe tra la vecchia feudalit e la nuova borghesia, concentrando piuttosto la sua attenzione sui suoi rapporti con il territorio circostante.  dall'incapacit di sottomettere questo e le aristocrazie feudali che ne avevano il controllo che nasce la crisi trecentesca del Comune (G. Chittolini, La crisi delle libert comunali e le istituzioni del contado, in "Rivista storica italiana", 82, 1970, ora in La formazione dello Stato regionale e le istituzioni del contado. Secoli Quattordicesimo e XV, Torino, Einaudi, 1979, pp. 3-35): una crisi, tuttavia, che trov il suo superamento nel Tre-Quattrocento con la costituzione di apparati di potere pi stabili, quali le signorie e i principati, in grado di mettere in moto una forte azione di ricomposizione del territorio circostante e di disciplinamento delle forze che di esso avevano avuto fino ad allora il controllo.
L'esito fu la formazione di quelli che Chittolini ha definiti Stati "regionali" o, come aveva gi fatto Chabod, "rinascimentali", sicuramente non "moderni" n "assoluti", perch caratterizzati da ordinamenti pubblici di carattere pattizio: un processo, questo, niente affatto lineare e privo di difficolt, ma ovunque lento e complesso, che termina con ci che la storiografia pi recente ha definito composite state, vale a dire uno Stato caratterizzato non solo dal processo di accentramento monarchico, ma anche dal dinamismo di altri soggetti (si veda ad esempio J.H. Elliot, A Europe of composite Monarchies, in "Past and Present", 137, 1992, pp. 48-71): impostazione, questa, alla quale sono da collegare anche gli studi di Elena Rasano Guarini sullo Stato mediceo, dei quali si pu ricomporre un quadro partendo dal saggio Gli statuti delle citt soggette a Firenze tra '400 e '500: riforme locali e interventi centrali, in Statuti citt territori in Italia e Germania tra Medioevo ed Et moderna, a cura di G. Chittolini-D. Willoweit, Bologna, il Mulino, 1991, pp. 69-124. E proprio i saggi di Rasano Guarini e Chittolini aprono due sezioni di un convegno svoltosi a Chicago nell'aprile del 1993, i cui atti sono stati pubblicati nel 1994 a cura dello stesso Chittolini, di Anthony Molho e Pierangelo Schiera (Origini dello Stato. Processi di formazione statale in Italia fra medioevo ed et moderna, Bologna, il Mulino, 1994). Il confronto fra storici italiani e americani ha prodotto un volume che  ormai un punto di riferimento obbligato per gli studi su questo argomento e il cui titolo manifesta chiaramente il grande passo avanti compiuto dalla storiografia pi recente, vale a dire il superamento dei pregiudizi cronologici e geografici dianzi ricordati.

Al volume curato da Chittolini-Molho-Schiera ha dedicato un intelligente commento G. Petralia, "Stato" e "moderno" in Italia e nel Rinascimento, in "Storica", 8 (1997), pp. 9-48, nel quale  possibile reperire altra bibliografia sull'argomento.
Sul contributo dato dagli studiosi americani allo studio del Rinascimento italiano si veda il n. 16 (1991) della rivista "Cheiron", dedicato a Storici americani e Rinascimento italiano e curato da G. Chittolini.
Al dibattito sui processi di costruzione statale la medievistica italiana ha dato contributi rilevanti anche sul versante della storia del pensiero politico ed economico Si vedano a tal riguardo: C. Dolcini, Crisi di poteri e politologia in crisi. Dal Sinibaldo Fiaschi a Guglielmo d'Ockham, Bologna, Patron, 1988; G. Todeschini.l Il prezzo della salvezza. Lessici medievali del pensiero economico, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1994.


Bibliografia

Un quadro efficace e aggiornato della problematica relativa all'evoluzione istituzionale e sociale in Italia centro-settentrionale nei secoli XIII-XV  fornito da G.M. Varanini, Dal comune allo stato regionale, in La storia. I grandi problemi dal Medioevo all'Et contemporanea, vol. II, Torino, UTET, 1986, pp. 693-724, dal quale  possibile partire per recuperare la bibliografia precedente. Di essa, comunque, sono da segnalare: A. Tenenti, Firenze dal comune a Lorenzo il Magnifico, Milano, Mursia, 1972; S. Bertelli, Il potere oligarchico nello stato-citt medievale, Firenze, La Nuova Italia, 1978; La crisi degli ordinamenti comunali e le origini dello stato del Rinascimento, a cura di G. Chittolini, Bologna, il Mulino, 1979; Id., Stati regionali e istituzioni ecclesiastiche nell'Italia centro-settentrionale del Quattrocento, in La Chiesa e il potere politico dal Medioevo all'et contemporanea, a cura di G. Chittolini e G. Miccoli, Torino, Einaudi, 1986 (Annali della storia d'Italia, 9), pp. 149-193; A.I. Pini, Citt, comuni e corporazioni nel Medioevo italiano, Bologna, CLUEB, 1986.
Della bibliografia successiva sono da segnalare: S. Collodo, Una societ in trasformazione. Padova tra Undicesimo e Quindicesimo secolo, Padova, Antenore, 1990; G. Petti Balbi, Una citt e il suo mare. Genova nel Medioevo, Bologna CLUEB, 1991; M. Miglio, Scritture, scrittori e storia. I. Per la storia del Trecento a Roma, Manziana (Roma), Vecchiarelli, 1991; S. Carocci, Baroni di Roma. Dominazioni signorili e linguaggi aristocratici nel Duecento e nel primo Trecento, Roma, Istituto storico italiano per il Medioevo, 1993; M. Vallerani, La citt e le sue istituzioni. Ceti dirigenti, oligarchia e politica nella medievistica italiana del Novecento, in "Annali dell'Istituto storico italo-germanico in Trento", 20 (1994), pp. 165-230; G. Chittolini, Citt, comuni e feudi negli stati dell'Italia centro-settentrionale (secoli XIV-XVI), Milano, Unicopli, 1996; A. Ventura, Nobilt e popolo nella societ veneziana del '400 e '500, 2a ed., Milano, Unicopli, 1997; Magnati e popolani nell'Italia comunale. Atti del Quindicesimo convegno di studio (15-18 maggio 1995), Pistoia, centro italiano di studi di storia e d'arte, 1997; Ph. Jones, The Italian City-State. From Commune to Signoria, Oxford, Clarendon Press, 1997; E.I. Mineo, Alle origini dell'Italia di antico regime, in Storia medievale, Roma, Donzelli, 1998, pp. 617-652; M. Ascheri, Istituzioni medievali, 2a ed., Bologna, il Mulino, 1999, pp. 301-325. G. Andenna, Storia della Lombardia medievale, Torino, UTET Libreria, 1999.
Per la formazione degli apparati pubblici degli Stati regionali italiani si pu partire da P. Corrao, Funzionari e ufficiali, in La societ medievale, a cura di S. Collodo e G. Pinto, Bologna, Monduzzi, 1999, pp. 177-215.





Al di l dei confini dell'impero. Le altre
realt politiche del continente euroasiatico

24.1
Un paesaggio politico instabile e tumultuoso

Nel corso del Tre-Quattrocento l'impero, come si  detto, andava abbandonando la sua pretesa di universalit, configurandosi sempre di pi come uno Stato tra gli altri, con le sue peculiari istituzioni e le sue frontiere. Al di l di esso si muoveva un mondo, in cui la vita politica e sociale si svolgeva secondo regole e tendenze, spesso non del tutto coincidenti con quelle che stavano emergendo in Europa. La diversit si pu ricondurre alla debolezza delle istituzioni monarchiche e al predominio della nobilt, capace di tenere sotto controllo la monarchia e di esercitare una forte pressione sul resto della popolazione, e sui ceti rurali in particolare.
Nello stesso tempo in aree ancora pi lontane maturavano grandi eventi ed esperienze politiche assai originali e di fondamentale importanza per gli sviluppi successivi della storia dell'Europa e dell'Asia. L'impero di Tamerlano segna la conclusione delle grandi ondate di popoli invasori, devastatori e conquistatori succedutisi nel corso di quasi un millennio sulle vie che dalle steppe asiatiche portano al Mediterraneo. La caduta di Costantinopoli conclude l'esperienza altrettanto millenaria dell'impero bizantino, mentre con i Turchi, che se ne impadroniscono, l'Islam penetra in Europa, dove lascer tracce profonde e destinate a durare ben oltre il tempo dell'impero ottomano. Mosca e la sua Chiesa ortodossa si proclameranno eredi di Bisanzio, caduta in mano agli infedeli. Molte piccole nazioni, da quelle scandinave a quelle danubiane e balcaniche, preannunciano o iniziano la loro futura storia nazionale. Insomma, quello che alla prima apparenza sembra un magma in gran parte indefinito si rivela, visto da vicino, molto pi ricco di significati immediati o ancora lontani nel tempo; e a mano a mano, nel corso dell'et moderna, questi significati si chiariranno sempre meglio, portando all'inglobamento della maggior parte di quelle realt politiche nel pieno dell'esperienza e della civilt europea. Di esse  necessario ora fare un esame pi ravvicinato, partendo dai paesi scandinavi, per passare subito dopo a quelli che furono in rapporti pi o meno stretti con l'impero, per finire con quelli che si mossero su uno scenario pi ampio, a cavallo tra Europa e Asia.


Le altre realt politiche del continente euroasiatico

24.2
I paesi scandinavi

In Scandinavia, una volta esauritasi la fase delle scorrerie e delle migrazioni normanne, si erano formati, tra Decimo e Undicesimo secolo, i regni di Danimarca, Norvegia e Svezia, nei quali il consolidamento del potere monarchico procedette di pari passo con il progredire dell'opera di evangelizzazione, condotta da missionari provenienti dalla Germania. Contemporaneamente anche la societ si andava evolvendo, sulla base di ordinamenti sociali ed economici simili a quelli dell'Europa centrale. All'origine del fenomeno c'era sia l'immigrazione di tedeschi e inglesi sia l'intensificarsi degli scambi tra i paesi che si affacciavano sul Baltico, vero e proprio Mediterraneo del Nord. Si form cos, accanto alla nobilt di tipo feudale, un ceto mercantile che aveva il controllo delle citt sorte lungo le coste orientali e meridionali. Nel 1397 ci fu l'unione dei tre regni di Danimarca, Norvegia e Svezia (Unione di Kalmar), destinata a durare oltre il Medioevo, ma essa non signific affatto la creazione di un pi forte organismo politico, dato che il potere regio rimase assai debole, limitato com'era nelle sue prerogative dall'aristocrazia feudale e dalle citt.


24.3
Il Regno di Boemia

La Boemia si costitu al tempo di Ottone Primo di Sassonia in ducato sotto l'alta sovranit del re di Germania, ad opera della dinastia dei Premysudi. Nel 1085 i duchi ottennero dall'imperatore il titolo di re, pur continuando a riconoscerne la sovranit. Il trono pass nel 1310 ai conti di Lussemburgo, che conseguirono anche la corona imperiale, prima, con Enrico VII e poi con Carlo IV. Sotto il governo di quest'ultimo Praga, residenza dell'imperatore, divenne il cuore dell'Europa, conoscendo un periodo di splendore sia sul piano economico sia su quello artistico-culturale. Nel 1348 vi fu fondata, sul modello di quella di Parigi, la prima universit dell'Europa centrale, ancora oggi chiamata Universit Carolina, dove insegnarono i migliori maestri del tempo.
Pur essendo Carlo Quarto francese di educazione e di lingua, apparve ai suoi sudditi come un sovrano nazionale, e non a caso  proprio durante il suo regno che si manifestano i primi segnali del sorgere di un sentimento nazionale ceco, sotto forma di insofferenza per la larga presenza di elementi germanici ai vertici della Chiesa e nelle attivit produttive e commerciali. Si trattava di una presenza che risaliva, da un lato, ai movimenti di colonizzazione del XII-XIII secolo, dall'altro alla prassi ormai diffusa di conferire i benefici ecclesiastici a chierici stranieri: prassi che ora, per, suscitava reazione soprattutto per effetto della predicazione di Giovanni Hus contro la corruzione del clero e la mondazizzazione della Chiesa. Non che la dottrina hussita avesse un carattere dichiaratamente nazionalistico; ma il fatto che l'alto clero, oggetto degli attacchi di Hus, fosse spesso di nazionalit tedesca, contribu a far s che la contestazione andasse ben presto al di l dell'ambito religioso.
La situazione precipit durante il regno di Venceslao (1378-1419), che dal 1386 cinse anche la corona d'Ungheria. Chiamato nel 1415 a discolparsi davanti al Concilio di Costanza, Hus, nonostante il salvacondotto rilasciatogli dall'imperatore Sigismondo, fratello di Venceslao, fu arrestato e condannato al rogo come eretico insieme al suo discepolo Giovanni da Praga. La reazione in Boemia fu immediata e coinvolse tutti i ceti sociali in un movimento che acquist carattere antigermanico, antimperiale e antiromano insieme. All'inizio la vittoria sembr arridere agli insorti, che conseguirono importanti successi militari contro gli eserciti imperiali. A un certo punto, per, intervenne una spaccatura al loro interno tra l'ala pi radicale, i Taboriti (dal nome di una fortezza da loro costruita), fautori di un rinnovamento completo sia della Chiesa sia della societ, e l'ala pi moderata, formata da nobili e borghesi spaventati dal radicalismo sociale dei primi e interessati solo a un'opera di rinascita morale. Separatisi dai Taboriti, i moderati giunsero nel 1433 a un compromesso con il Concilio di Basilea, riappacificandosi con la Chiesa romana, che riconobbe loro una non ben definita autonomia religiosa, di cui fu espressione l'uso di prendere la comunione sotto le due specie del pane e del vino (utraquismo), come testimonianza di un ritorno al Cristianesimo delle origini.
Mantennero inoltre il possesso dei beni confiscati al clero nella fase iniziale della rivolta e parteciparono alla lotta armata contro i loro connazionali taboriti, che furono sconfitti nel 1434.
Il Regno di Boemia, ritornato indipendente con Giorgio Podebrady, un nobile ceco salutato nel 1458 come primo re nazionale, pass nel 1526, con Ferdinando d'Austria, alla casa d'Asburgo.


24.4
L'ordine dei Cavalieri teutonici
e le origini dello Stato prussiano

Sotto l'alta sovranit dell'impero fu per qualche tempo anche il territorio dei Cavalieri teutonici, un ordine religioso-cavalleresco che dalla Palestina si era trasferito in Europa quando ormai appariva segnata la sorte degli Stati crociati, per impegnarsi nella colonizzazione ed evangelizzazione dei territori oltre l'Elba e lungo le coste del Baltico, ancora abitati da popolazioni pagane. In quest'opera fu affiancato dall'ordine dei Portaspada, che gi aveva conquistato una parte della Livonia e con il quale si fuse nel 1237, ricavandone ancora maggiore slancio. Il risultato immediato fu la conquista della Pomerania.
Le altre realt politiche del continente euroasiatico e della Prussia orientale, al di l della Vistola, che fu concessa in feudo dall'imperatore Federico Secondo.
I membri dell'ordine si dividevano in quattro categorie: i cavalieri, provenienti dalla nobilt e dall'ambiente dei ministeriali (servi di un signore o del sovrano, che a volte conseguivano la dignit cavalieresca e posti di comando), che, pur avendo pronunciato i voti, avevano pochi obblighi religiosi, essendo impegnati soprattutto nella guerra; i preti, che dovevano essere in ogni convento in numero pari alla met dei cavalieri; i serventi, in genere di modesta estrazione sociale, a cui venivano conferiti i gradi militari pi bassi nonch compiti di natura amministrativa; i confratelli, per lo pi servitori e benefattori, che in cambio di donazioni venivano ascritti alla fratellanza spirituale dell'ordine.
La cellula di base era il convento, abitualmente collocato in un castello, in cui dovevano risiedere almeno dodici cavalieri e sei preti. A capo dell'ordine c'era il Gran maestro, eletto a vita dal capitolo generale, di cui facevano parte i maestri delle sei province in cui erano divisi i Cavalieri teutonici: Livonia, Prussia, Germania, Apulia (= Italia), Acaia (= area danubiana) e Armenia. Le ultime tre persero per d'importanza nella seconda met del secolo XIII, quando l'attivit dell'ordine si venne concentrando nelle regioni baltiche.
Il capitolo generale si riuniva una volta all'anno, in autunno, per approvare il bilancio e le nomine alle varie cariche.
C'erano poi i capitoli provinciali, tra cui quello della Prussia, che si configur ben presto come un vero e proprio organo di governo di uno Stato sovrano, composto com'era, oltre che dal Gran maestro e dal suo sostituto, da un Grande economo, un Gran maresciallo (comandante dell'esercito in assenza del Gran maestro), un Grande ospedaliere, un Gran drappiere, un Gran tesoriere e un Gran dispensiere.
Il territorio prussiano fu diviso in circoscrizioni, ognuna delle quali era governata da un economo (komtur), che era anche il superiore del locale convento. Tra i suoi compiti rientravano, oltre alla riscossione delle imposte, la direzione dell'opera di colonizzazione, l'amministrazione della giustizia, il mantenimento dell'ordine interno e la difesa del territorio, per cui aveva anche il comando delle forze armate locali. Nell'espletamento di questi compiti era coadiuvato, oltre che dagli altri membri del convento, anche da funzionari laici regolarmente stipendiati. Trattandosi di un ordine militare, era naturalmente molto curato l'addestramento e l'organizzazione dell'esercito, che era per formato solo in minima parte da membri dell'ordine, molto meno numerosi di quel che si crede: agli inizi del Quattrocento erano infatti circa 1.500, mentre il grosso del loro esercito era formato da mercenari e da contingenti forniti da comunit urbane e proprietari terrieri.
L'avanzata dei Cavalieri teutonici prosegu nel corso del Trecento lungo le coste baltiche fino all'Estonia, e dovunque fu promosso l'insediamento di contadini e artigiani tedeschi, che misero a coltura nuove terre e fondarono villaggi e citt: il tutto inquadrato in un rigido apparato di governo, che faceva capo al Gran maestro, residente a Marienburg (oggi in territorio polacco). I metodi spesso assai brutali, da loro adoperati nei confronti dei Lituani e delle popolazioni soggette in generale, rese per il loro dominio sempre pi inviso. Questo facilit la controffensiva dei Polacchi, che il 15 luglio del 1410 inflissero loro una terribile sconfitta a Tannenberg (Grunwald per i Polacchi), nella Prussia orientale, dove perse la vita anche il Gran maestro Ulrich von Jungingen. Una volta infranto il mito della superiorit militare dei Cavalieri teutonici, fu tutto un susseguirsi di rivolte di citt e signori laici, che preferirono porsi sotto la sovranit della Polonia. Nel 1466, con la pace di Thorn, l'ordine dovette cedere a questa la Prussia orientale con la citt di Danzica, conservando il resto della Prussia in condizione di vassallaggio.
Tent una riscossa agli inizi del Cinquecento, ma ancora una volta fu sconfitto.
Avvenne allora un fatto del tutto inatteso: il Gran maestro Alberto del Brandeburgo ader al Protestantesimo, sciolse l'ordine e si proclam duca, sotto l'alta sovranit del re di Polonia. I conventi ancora esistenti in Germania rimasero per in vita, limitando la loro attivit all'ambito puramente religioso e legandosi alla casa d'Asburgo. Il Gran maestro risiede ancora oggi a Vienna.


24.5
La Polonia-Lituania

La Polonia era nata nel corso del Decimo secolo dall'aggregazione dei piccoli Stati slavi della grande pianura tra l'Oder e la Vistola, raggiungendo al tempo di Boleslao il Prode (992-1025) la dignit di regno nonch una considerevole estensione territoriale. Si tratt per di una costruzione effimera, che non sopravvisse al suo artefice. Alla fine del secolo Undicesimo scomparve cos il titolo di re e si torn alla frantumazione del paese in vari ducati e principati, dai confini incerti e perennemente in lotta tra di loro.
La restaurazione del potere regio e l'avvio di un processo di ricomposizione politico territoriale datano dagli inizi del Trecento e ne fu principale artefice Casimiro il Grande (1333-1370), della dinastia dei Piasti, il quale, ispirandosi alla politica di Carlo Quarto di Boemia, promosse lo sviluppo di Cracovia, fondandovi nel 1364 un'universit sul modello di quella di Bologna. Nello stesso tempo cerc di ridurre il peso politico della grande nobilt, appoggiandosi su quella minore, avvi la formazione di un ceto di funzionari pubblici e potenzi l'amministrazione della giustizia, a vantaggio soprattutto dei ceti rurali. Ma, se questo gli valse il nomignolo di "re dei contadini", non bast a intaccare gli equilibri sociali ormai consolidati, per cui ben poco rest di queste innovazioni dopo la sua morte.
L'alta nobilt gli diede come successore il re Luigi d'Ungheria, il quale, cambiando radicalmente l'indirizzo politico di Casimiro, mostr di ben meritare la fiducia dei suoi elettori. Alla sua morte, nel 1382, ancora una volta i nobili polacchi cercarono un candidato al trono fuori dei confini del regno, facendo cadere la loro scelta sul principe Jagellone di Lituania, al quale fu posta come condizione la conversione al Cattolicesimo: la Lituania, infatti, era ancora abitata in gran parte da popolazioni pagane. La conversione del principe, che prese il nome di Ladislao Secondo (1386-1434), prepar quella del popolo e consent la formazione di un grande Stato polacco-lituano, che si estese ulteriormente sia verso il Baltico, dove infranse la potenza dei cavalieri teutonici, sia in territorio russo e ucraino, fin quasi alla penisola di Crimea.
Il massimo dell'estensione fu raggiunto al tempo di Casimiro Quarto Jagellone (1444-1492), il cui lungo regno conobbe progressi anche sul piano economico, grazie all'incremento nella produzione dei cereali e alla massiccia esportazione che se ne faceva attraverso il porto di Danzica. Il sovrano, da parte sua, favor l'arrivo a corte di umanisti italiani e tedeschi, che diedero prestigio all'universit di Cracovia. Costituiva per motivo di debolezza per la monarchia lo strapotere della nobilt, alla quale lo stesso Casimiro aveva dovuto fare sostanziose concessioni, per averne il sostegno alla sua politica espansionistica.


24.6
Il Regno di Ungheria-Croazia

Anche l'Ungheria, come la Polonia, nacque come Stato tra Decimo e Undicesimo secolo. Fu allora infatti che i Magiari, stabilizzatisi nella pianura del Danubio dopo le scorrerie che li avevano portati fin in Italia meridionale, e convertitisi al cristianesimo romano ad opera di missionari provenienti dalla Germania, si diedero un ordinamento politico unitario, superando la divisione in trib. Ne fu artefice Stefano Primo (997-1038), proclamato poi santo dalla Chiesa, al quale papa Silvestro Secondo invi la corona reale nel 1001, considerandolo vassallo della Santa Sede. Egli non solo avvi l'espansione verso l'Adriatico, ma cerc anche di rafforzare la monarchia, dotandola di estesi beni fondiari e dividendo il paese in contee e diocesi.
I suoi successori, pur proseguendo la sua politica espansionistica, che li port a cingere la corona della Croazia e a controllare per qualche tempo anche la Bosnia e l'Erzegovina, si rivelarono impotenti davanti alla pressione dell'aristocrazia, che si era rafforzata proprio con la distribuzione di terre e privilegi, fatta dai sovrani per assicurarsene il sostegno nelle guerre di conquista. Rivelatrice dei rapporti di forza esistenti nel paese  la Bolla d'oro, strappata nel 1222 al re Andrea II. Essa  quasi contemporanea della Magna charta inglese e per tanti aspetti ad essa comparabile, perch ugualmente inseribile in quel pi vasto processo, che port negli Stati occidentali del Due-Trecento alla formalizzazione del rapporto tra il sovrano, da una parte, e la nobilt, il clero e le comunit locali dall'altra. Conteneva per una clausola assai pericolosa per la monarchia, vale a dire lo jus resistenti, il diritto cio di ribellarsi al sovrano in nome degli interessi della nazione: clausola che si rivel uno strumento efficace nelle mani dell'aristocrazia, arbitra del potere in un paese dall'economia prettamente agricola e privo di forti comunit cittadine, capaci di fare da contrappeso allo strapotere della nobilt.
Le difficolt maggiori vennero, tuttavia, al regno dalla sua posizione geografica, circondato com'era da tre lati da grandi e aggressive formazioni politiche ed esposto ad est alla pressione di popolazioni nomadi e seminomadi provenienti dalla Russia e dall'Asia.
Particolarmente devastante fu l'invasione dei Mongoli, che nel 1241 travolsero l'esercito ungherese sul fiume Saio (un affluente del Tibisco), per cui dopo la loro ritirata fu necessario colonizzare di nuovo il paese. Vi si impegn a fondo il re Bela Quarto (1235-1270), che incoraggi l'immigrazione di Italiani e Tedeschi, e fond Buda nel 1245.
Una serie di crisi dinastiche, frequenti, come si  visto, nei regni dell'Europa orientale, in cui alla vastit del territorio non corrispondeva un'adeguata forza delle monarchie, fece pervenire, su pressione del papa, la corona a un ramo degli Angioini di Napoli. Il maggiore esponente della casata fu Luigi, detto appunto il Grande (1342-1282), contemporaneo di Carlo Quarto di Boemia e Casimiro Terzo di Polonia, il quale recuper tutti i territori persi dopo la sconfitta sul Saio e fu anche re di Polonia dopo la morte di Casimiro.
Arriv cos a controllare un territorio, che dalla Vistola arrivava fino all'Adriatico e al mar Nero, toccando anche l'Italia meridionale, dove, come si ricorder, fece due spedizioni, per vendicare l'assassinio di suo fratello Andrea, marito della regina Giovanna.
Luigi tent di modernizzare in qualche misura il suo Stato, promuovendo lo sviluppo delle citt e tentando di legare la nobilt alla monarchia mediante i rapporti feudo-vassallatici, ma la sua costruzione politica si rivel troppo vasta per potersi reggere. Alla sua morte senza eredi la Polonia recuper l'indipendenza, mentre l'Ungheria pass prima a Sigismondo di Lussemburgo, e poi ad Alberto d'Austria, entrambi anche imperatori e re di Boemia. Con la scomparsa di Alberto la situazione politica si fece di nuovo confusa, finch la minaccia dei Turchi non indusse i nobili a nominare come reggente il condottiero Giovanni Hunyadi, che riusc a difendere le frontiere del regno.
Alla sua morte fu proclamato re il figlio Mattia Corvino (1458-1490), principe colto, ma anche abile politico e brillante condottiero, che risollev il prestigio della monarchia sia all'interno che all'estero. Mentre, infatti, la corte diventava meta di dotti e umanisti, provenienti da ogni parte d'Europa, la grande aristocrazia terriera dei magnati veniva sottoposta al rigido controllo del sovrano, che si appoggiava alla nobilt minore.
Nello stesso tempo assai intensa fu l'attivit militare a spese di tutte le formazioni politiche confinanti: ai Turchi fu tolta di nuovo la Bosnia; al regno di Boemia, di cui invano Mattia Corvino aveva tentato di cingere la corona, fu strappata la Moravia; all'imperatore Federico SecondoI d'Asburgo fu tolta la parte orientale dell'Austria e la stessa citt di Vienna, occupata nel 1485.
Ancora una volta per si tratt di una costruzione effimera, destinata a crollare dopo la morte del re. La nobilt riprese allora tutto il suo potere a spese di una monarchia destinata ormai a un declino definitivo, al punto che nel 1526 l'Ungheria, insieme alla Boemia, fu annessa all'Austria degli Asburgo, alla quale rester unita fino agli inizi del secolo XX.
All'Ungheria fu a lungo unito, come si  detto, il regno dei Croati, popolo slavo che, dopo essere stato sottomesso via via agli Avari, ai Franchi e ai Bizantini, diede vita a uno Stato autonomo con il re Tomislav (910-928), sia pur sotto la formale sovranit di Bisanzio. La nuova formazione politica ebbe per vita difficile, sia per le lotte sociali interne (nella regione erano molto diffusi i rapporti feudo-vassallatici, importati dai Franchi) sia per la pressione di Venezia, che tra Undicesimo e Dodicesimo secolo conquist molte citt del litorale dalmata. Contro di essa i Croati non seppero fare di meglio che invocare l'aiuto degli Ungheresi. Si arriv cos nel 1102 all'unione dei due regni nella persona del re di Ungheria, anche se la Croazia mantenne le sue istituzioni e il potere effettivo rest nelle mani della nobilt feudale. E, insieme, Croati e Ungheresi restarono per secoli, lottando contro Venezia e i Turchi, e finendo poi sotto il dominio degli Asburgo.


24.7
La Bulgaria e la Serbia

Parlando degli Slavi insediatisi nei Balcani, abbiamo detto come tra questi siano da porre anche i Bulgari, popolo turco, ma profondamente slavizzatosi, che diede vita nel Settimo secolo a uno Stato destinato a raggiungere la massima estensione territoriale nel Decimo secolo, quando giunse a minacciare anche Costantinopoli. Agli inizi del Nono secolo ci fu la conversione al Cristianesimo, che per non coinvolse, prima della fine del secolo, la nobilt e la dinastia regnante, legate ancora al culto pagano.
Al tempo dell'imperatore Basilio Secondo (976-1025), detto Bulgaroctono (= uccisore dei Bulgari), questi dovettero accettare la sovranit bizantina, mentre anche la Chiesa bulgara, eretta in patriarcato alla fine del Nono secolo, veniva trasformata in archiepiscopato e sottomessa al patriarca di Costantinopoli. Si giunse perfino a cambiare nome alla regione, ripristinando l'antica denominazione di Mesia. La dominazione bizantina si rivel, per, tutt'altro che stabile. Le continue rivolte, le guerre tra le fazioni della nobilt e le scorrerie provenienti dalla Russia decimavano la popolazione, mentre l'impero si indeboliva sempre di pi sotto i colpi dei suoi nemici tradizionali, ai quali si aggiungevano ora i crociati.
Questo cre le condizioni per lo sviluppo di un grande movimento insurrezionale, che port nel 1185 alla rinascita del regno di Bulgaria, di cui Bisanzio riconobbe l'indipendenza nel 1202. Il maggiore esponente della nuova dinastia degli Assen fu lo zar Ivan (1218-1241), il cui dominio si estese su un vasto territorio, che dalla Valacchia (nell'attuale Romania), attraverso la Bulgaria e la Macedonia, arrivava fino alle coste albanesi: un dominio che riusc a sopravvivere anche all'invasione dei Mongoli, nonostante le devastazioni che vi compirono.

Ancora una volta si trattava per di un organismo politicamente debole, perch minato al suo interno dalle tendenze autonomistiche della grande nobilt e dalle continue insurrezioni dei contadini. Questo ridusse le capacit di difesa del regno nei confronti dei Turchi, che nel 1369 se ne impadronirono, dopo aver sconfitto un esercito congiunto bulgaro-ungherese. Il paese fu diviso in tre province sotto la direzione di un governatore residente a Sofia e la Chiesa bulgara nazionale, che era risorta nel 1185, fu di nuovo sottomessa a Costantinopoli.
Di uno Stato serbo non pu parlarsi, invece, prima della seconda met del Dodicesimo secolo, quando Stefano Nemanja sottrasse all'influenza di Bisanzio il territorio corrispondente all'incirca alla Serbia attuale, estendendolo poi alla Dalmazia e ad altre zone vicine.
L'atto di nascita del regno si ebbe per con suo figlio Stefano, che ottenne nel 1221 il titolo di re da papa Onorio III. Tra i suoi successori  da ricordare Stefano Quarto Duschan (1331-1355), il quale port la Serbia all'apice della potenza, conquistando la Macedonia, l'Albania e la Bosnia, e facendosi incoronare nel 1346 "imperatore dei Serbi e dei Romani". Mor mentre si accingeva a conquistare la stessa Costantinopoli e, come al solito, la sua costruzione politica non gli sopravvisse. Contese dinastiche e torbidi interni prepararono il terreno ai Turchi, che nel 1389 inflissero ai Serbi una sanguinosa sconfitta a Kossovo, impadronendosi, come vedremo tra poco, di quasi tutta l'area balcanica.


24.8
Stato e Chiesa in Russia: Mosca terza Roma

Molto pi duratura doveva rivelarsi invece un'altra grande costruzione politica, che, avviata nel corso del Trecento, giunse a maturazione nel secolo seguente. Si tratta del principato di Mosca, che agli inizi del Quattrocento era impegnato a risollevarsi dalla sconfitta subita dai Tartari nel 1382 e a estendere il suo predominio sugli altri principati russi del bacino dell'alto e medio Volga. Nell'opera di consolidamento del loro potere i principi moscoviti furono molto avvantaggiati dall'appoggio della Chiesa russa, il cui metropolita si era stabilito a Mosca fin dagli inizi del Trecento, contribuendo cos a fare della citt un punto di riferimento per l'intera nazione anche sul piano religioso e culturale. Appoggio tanto pi prezioso, se si considera che la gerarchia ecclesiastica russa era gi orientata, sulla base del modello bizantino a cui si rifaceva, verso rapporti assai stretti con il potere politico.
Questo legame, com'era inevitabile, assicur alla Chiesa ricchezza e influenza, ma comport nello stesso tempo anche una condizione di crescente dipendenza dal potere politico. Lo si vide chiaramente in occasione del Concilio di Firenze del 1439, che sanc l'unione fra Chiesa greco-ortodossa e Chiesa latina sotto l'autorit del pontefice di Roma.
Ad esso partecip anche il metropolita russo Isidoro, ma al suo ritorno a Mosca nel 1441 fu arrestato su ordine del principe Vasilj Secondo il Cieco, il quale temeva che il riconoscimento dell'autorit papale comportasse una riduzione della sua influenza sull'episcopato russo e un rafforzamento di Polonia e Lituania, da tempo legate a Roma. Al suo posto il principe impose Giona, vescovo di Rjazan, che ricevette dal patriarca di Costantinopoli il consueto titolo di "metropolita di Kiev e di tutta la Russia". Ma fu questa l'ultima volta che si segu la procedura tradizionale, che risaliva alla nascita della Chiesa russa nel 989. Nel 1459 infatti il sinodo dei vescovi russi, approfittando anche della caduta di Costantinopoli in mano ai Turchi nel 1453, riserv a s la scelta del metropolita di Mosca, dichiarando superflua la conferma del patriarca costantinopolitano. La Chiesa russa rivendicava cos la sua autocefalia, cio la sua indipendenza sia da Roma sia da Costantinopoli, ma in questo modo si metteva interamente nelle mani dei principi moscoviti, che infatti, a partire da Ivan Terzo il Grande (1462-1505), cominciarono a nominare e a revocare i metropoliti.
Il metropolita Giona gi in precedenza aveva attribuito al suo protettore Vasilj il titolo di "zar (= Cesare) di tutta la Russia coronato da Dio", ma fu Ivan Terzo a dare a questo titolo un contenuto effettivo, per cui  giustamente considerato il vero fondatore dello Stato russo. Fu lui infatti ad ampliarne enormemente il territorio e a sottrarlo in via definitiva nel 1480 alla soggezione formale al khan mongolo dell'Orda d'oro, la quale per giunta nel 1502 scomparve del tutto, inglobata nel khanato di Crimea. Nello stesso tempo Ivan Terzo consolid all'interno il proprio potere, riducendo la forza dell'antica nobilt dei boiari, dotati di beni ereditati, e appoggiandosi su una nuova nobilt di servizio, cui venivano concessi beni terrieri in cambio del servizio militare e civile prestato al sovrano. Il suo matrimonio con Zoe Paleologa, dopo la caduta di Costantinopoli, forn infine il pretesto per l'elaborazione da parte dei teologi moscoviti della teoria della "terza Roma", destinata ad assumere il ruolo di guida della Cristianit. Questa teoria  espressa in maniera compiuta in una lettera, indirizzata tra il 1515 e il 1520 dal monaco Filoteo allo zar Vasilj III: "La santa Chiesa apostolica  quella della nuova e terza Roma, quella del tuo potente regno, che, pi splendente del sole, fa brillare fino all'estremo limite dell'universo la fede cristiana ortodossa". Del resto, che l'ideologia politica di Ivan Terzo si ispirasse al modello bizantino,  dimostrato anche dalla nuova configurazione del Cremlino, che, ricostruito da architetti italiani, perse il carattere originario di tetra fortezza, per diventare un qualcosa di intermedio tra un castello e il sacro palazzo di Costantinopoli.


24.9

Tamerlano e l'ultima fase dell'espansionismo mongolo

Sul finire del Trecento, come si  visto, l'Orda d'oro cominciava a incontrare difficolt a contenere le spinte autonomistiche dei principati russi, ma non molto migliore era la situazione nell'attuale Ucraina e nei territori a est degli Urali, sottoposti al suo dominio diretto, dato che ovunque era in atto un processo di frammentazione politica, con conseguente crescita di poteri locali. Il fenomeno nello stesso periodo era in atto anche negli altri imperi mongoli di Persia e Chagatay. Questo cre le condizioni per la straordinaria avventura di Timur-i-lenk, Timur lo zoppo, noto in Occidente come Tamerlano (1336-1405), assurto ben presto, nell'immaginario delle popolazioni europee, insieme ad Attila e a Gengis Khan, a simbolo della violenza distruttrice e della crudelt dei condottieri nomadi.
Figlio del capo di una trib turco-mongola insediata nei pressi di Samarcanda e dotato di una buona cultura nonch di straordinarie qualit di combattente, si impadron del potere, pur rinunciando a prendere il titolo di khan di Chagatay, che lasci a un membro della dinastia di Gengis Khan. Radunato intorno a s un forte esercito turco-mongolo, lanci negli ultimi venticinque anni della sua vita una serie di fulminee campagne di guerra, che lo portarono in Occidente fino a Mosca e alle coste della Siria, e in Oriente fin sulle rive del Gange. Quando mor nel 1405, all'et di 71 anni, si trovava alla testa di una grande armata diretta alla conquista della Cina. Il suo dominio si estendeva allora su un territorio che oggi comprende Iraq, Iran, Afghanistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Kirghisistan.

Il suo cammino fu contrassegnato dovunque da cumuli di teste e di cadaveri, ma il massimo dell'efferatezza la mostr dopo la conquista di Dehli, in India, facendo elevare ai quattro angoli della citt altrettante piramidi di teste tagliate, divise per categorie: uomini, donne, vecchi e bambini. Eppure quest'uomo cos crudele ebbe un grande amore nella sua vita, Samarcanda, che dot di splendidi edifici, facendovi rifiorire inoltre le arti, le lettere e le scienze. Diede anche ulteriore impulso all'artigianato e ai traffici commerciali, al punto da distruggere gli altri centri carovanieri dell'Asia centrale, che avrebbero potuto farle concorrenza. Sempre a Samarcanda si fece costruire un immenso mausoleo, ancora oggi esistente; secondo la leggenda esso  vuoto, perch la terra, a causa della sua crudelt, rifiut ogni contatto con le sue spoglie, che perci rimasero sospese nel cielo.
Grande splendore raggiunsero grazie a lui anche Herat (in Afghanistan) e Bukhara (nell'Uzbekistan).
La stirpe timuride sopravvisse per circa un secolo alla scomparsa di Tamerlano, ma non fu pi in grado di mantenere uniti i territori da lui conquistati, che si divisero in due grandi domini, incentrati su Persia e India.


24.10
I Turchi all'assalto dell'Europa

L'avventura di Tamerlano sembr per un momento che dovesse mettere fine a un altro grande movimento espansivo, quello dei Turchi, destinato a segnare profondamente e ancora per tutta l'et moderna una parte non piccola del continente euro-asiatico, dall'area danubiana al Vicino Oriente. Qui, come si  visto a proposito delle crociate, i territori bizantini si erano ridotti a un'area non molto estesa intorno a Costantinopoli in seguito all'espansione dei Turchi selgichidi, che, impadronitisi di Baghdad e convertitisi all'Islam, avevano ridato vigore all'antico impero musulmano, conquistando, tra l'altro, nel 1071 gran parte dell'Anatolia (attuale Turchia). Seguirono pi di due secoli di guerre continue per il controllo della regione tra Bizantini, Stati crociati ed emirati turchi, nati dal progressivo indebolimento dell'impero selgichide, finch agli inizi del Quattordicesimo secolo questo non scomparve del tutto, assorbito nell'impero mongolo di Persia. Si tratt per di un evento che non mut sensibilmente la situazione politica dell'Anatolia, dato che essa continu ad essere divisa tra vari centri di potere, che ora facevano capo ai governatori turco-mongoli, sempre pi insofferenti verso il governo del khan persiano.
Nel frattempo, e gi a partire dal secolo XI, era venuta cambiando la fisionomia etnica della regione, un tempo popolata da Greci e Armeni. I sovrani selgichidi vi favorirono infatti l'immigrazione di trib di nomadi turcomanni, sia per spostare verso le aree periferiche dello Stato popolazioni che era difficile tenere sotto controllo sia per ripopolarle. Una nuova ondata migratoria si ebbe verso la met del Tredicesimo secolo, e questa volta ne furono protagoniste trib di turchi sedentari, che fuggivano davanti ai Mongoli. Se poi a questo si aggiunge che buona parte della popolazione indigena si veniva intanto convertendo all'Islamismo, si comprende come verso la fine del Tredicesimo secolo l'Anatolia apparisse in buona parte turchizzata e unificata all'insegna della religione di Maometto. Generalizzata era anche una certa prosperit, che si riscontrava soprattutto nelle citt, molte delle quali gi esistenti in et ellenistica e ora favorite dall'intensit dei traffici tra i paesi islamici e l'Europa.
All'unit etnica e religiosa si aggiunse nel corso del Trecento quella politica. Il processo di unificazione part dalla Bitinia, l'emirato pi vicino a Costantinopoli, ad opera di Otman (o Osman), iniziatore della dinastia che da lui si disse ottomana. Dal 1301 al 1337 fu tutto un susseguirsi di vittorie sui Bizantini e sugli emirati circostanti. Nel 1345, superati i Dardanelli, si diede inizio alla conquista dei Balcani: Tracia, Tessaglia, Bulgaria, Macedonia, Serbia, Erzegovina, caddero una dopo l'altra sotto il controllo degli invasori, nonostante i ripetuti tentativi di fermarli da parte degli Stati danubiani, che si unirono in uno sforzo comune di resistenza. N miglior fortuna ebbe un esercito crociato guidato da Sigismondo, re d'Ungheria e futuro imperatore, che fu sconfitto nel 1396 sotto le mura di Nicopoli (Bulgaria). Ormai gli Ottomani avevano il controllo di buona parte dei Balcani e il califfo di Baghdad prese atto della loro potenza, concedendo all'emiro Bayezid il titolo di sultano.
Ormai il cerchio si stava stringendo intorno a Costantinopoli, ma ci nonostante continuavano a cadere nel vuoto gli appelli disperati, che gli imperatori bizantini lanciavano a un'Europa, prostrata dalla guerra dei Cent'anni e priva di punti di riferimento sicuri in seguito alla crisi di papato e impero. A salvare la citt sul Bosforo intervenne invece un fatto inatteso, il formarsi alle spalle dei Turchi dell'impero di Tamerlano, il quale nel 1402 sconfisse Bayezid ad Ankara e rimise sul trono i vari emiri dell'Anatolia, che erano stati spodestati negli ultimi anni. Entrato in crisi per l'impero mongolo dopo la morte di Tamerlano, il nuovo sultano Maometto Primo (1413-1421) ricostitu l'unit del suo stato e suo figlio Murad Secondo (1421-1451) riprese l'espansione nei Balcani, togliendo Salonicco ai Veneziani nel 1430.
Di nuovo gli imperatori bizantini sollecitarono l'aiuto dell'Occidente, recandosi di persona a Roma e presso le varie corti europee. Giovanni Ottavo (1425-1448), per facilitare la creazione di un fronte comune contro i Turchi, si fece finanche sostenitore dell'unione della Chiesa greco-ortodossa con quella latina, partecipando al Concilio di Ferrara-Firenze (1438-1439), che approv il relativo decreto nonostante le resistenze assai forti tra il clero e il popolo. Il suo impegno sembr all'inizio produrre qualche effetto. Mentre Giovanni Hunyadi, un valoroso signore (voivoda) della Transilvania nominato, come si  detto, reggente di Ungheria, riusciva a contenere l'avanzata turca, liberando Sofia e preservando le sue terre dall'avanzata turca, si allest un grande esercito crociato al comando di Ladislao Jagellone, re di Polonia e di Ungheria, che per, anche per mancanza di spirito di collaborazione tra i vari contingenti che lo formavano, fu rovinosamente sconfitto a Varna (Bulgaria) nel 1444. Stessa sorte sub due anni dopo un altro esercito crociato nella pianura di Kossovo. Nel frattempo si svolgeva una vicenda umana e politica assai singolare, che ebbe come teatro l'Albania. Qui un signore di alcuni villaggi caduti sotto il dominio turco, Giovanni Castriota, dovette dare come ostaggio il figlio Giorgio, che fu educato a corte nella fede islamica con il nome di Alessandro (in turco Iskander). Distintosi ben presto per la sua forza e audacia, si guadagn anche la fiducia del sultano, che gli affid importanti incarichi militari. Nel 1443 il colpo di scena: durante la battaglia di Nis (in italiano Nissa, in Serbia), vinta da Giovanni Hunyadi, Giorgio Castriota, detto dai Turchi Scanderbeg (cio Alessandro il capo, da beg = capo), pass dalla parte dei cristiani e riusc a raccogliere attorno a s i capi dei vari clan albanesi, desiderosi di sottrarsi al dominio dei Turchi.
Cominci cos un ventennio di eroica lotta nazionale, che suscit l'ammirazione dell'opinione pubblica europea e degli stessi sultani, ma che riusc soltanto a mantenere l'indipendenza dell'Albania finch egli rimase in vita (1468), perch i sultani impiegarono mezzi ingenti per contrastare il loro antico paggio, ponendosi essi stessi alla testa dei loro eserciti.
La lotta solitaria dello Scanderbeg, che venne ripetutamente in Italia a sollecitare aiuto, si configurava ormai come un fatto puramente locale. Nessuno pi era in grado di ricacciare i Turchi dai Balcani. Ai Bizantini non restava che sperare ancora una volta nelle formidabili mura della loro capitale.


24.11
La caduta di Costantinopoli
e la ripresa dell'espansionismo turco

Alla conquista di Costantinopoli, ormai da tempo completamente circondata da territori in mano ai nemici, si dedic di slancio il nuovo sultano Maometto Secondo (1451-1481), il Gran Turco, come sar chiamato in Occidente. La situazione politica generale era favorevole.
Dall'Europa era chiaro che non sarebbe arrivato nessun aiuto - l'imperatore Federico SecondoI e Carlo Settimo di Francia si limitarono a scrivergli una lettera di protesta - e la stessa Venezia, preoccupata per i suoi interessi commerciali, era alquanto tiepida nel fornire il suo. Come se ci non bastasse, la citt era lacerata al suo interno dall'opposizione all'unione con la Chiesa latina, che difatti fu approvata solo nel 1452, e dalle lotte tra i vari pretendenti alla successione di Giovanni VIII, da cui era uscito vincitore Costantino XI, l'ultimo imperatore.
L'assedio, che per durata e impiego di mezzi non ha eguali nella storia del Medioevo, cominci nell'aprile del 1452: 50.000 abitanti e 8-10.000 soldati, al comando del genovese Giovanni Giustiniani, si trovavano a fronteggiare un esercito di 200.000 uomini, ben disciplinato e dotato di una potente artiglieria, tra cui una bombarda di pi di sedici tonnellate, nonch appoggiato da una flotta di ben quattrocento navi. All'accanimento degli assalitori, che giunsero al punto da trasportare via terra le navi che non riuscivano a varcare il Corno d'oro, sbarrato dai Bizantini con una catena, faceva riscontro la ferrea determinazione dei difensori, decisi a morire tutti piuttosto che cedere, come scrisse l'imperatore a Maometto II, che aveva offerto la resa. E in effetti, se non tutti, moltissimi furono quelli che persero la vita il 29 maggio del 1453, quando i giannizzeri, i reparti scelti dell'esercito turco, aperta una breccia nei pressi di porta San Romano, dilagarono verso il centro della citt. Lo stesso Costantino Undicesimo mor combattendo come un semplice soldato in difesa di una delle porte della citt. Riusc invece il Giustiniani a mettersi in salvo, bench ferito. Dopo tre giorni di saccheggi e di stragi entr in citt Maometto II. Gli abitanti superstiti furono deportati e le chiese ancora in piedi trasformate in moschee: tra esse anche Santa Sofia, la chiesa madre dell'impero romano d'Oriente, dove proprio il giorno prima della disfatta Greci e Latini avevano celebrato insieme l'ultimo servizio divino. Costantinopoli, diventata in lingua turca Istanbul, divenne la capitale dell'impero ottomano.
La caduta di Costantinopoli dest enorme impressione in Occidente, dove erano ancora assai pochi quelli che avevano una visione chiara del potenziale bellico turco e sentivano la responsabilit di aver abbandonato a se stessa la Cristianit orientale. Tra questi Enea Silvio Piccolomini, il futuro papa Pio II, il quale all'indomani della catastrofe, il 25 settembre del 1453, scrisse all'amico Leonardo Benvoglienti: "Fuerunt Itali rerum domini, nunc Turchorum inchoatur imperium" (Padroni dell'universo furono un tempo gli Itali; ora ha inizio l'impero dei Turchi).

E infatti Maometto Secondo non si accontent del grande successo conseguito; anzi, sfruttando proprio l'ondata di panico che aveva suscitato non solo nel mondo cristiano ma anche in quello islamico, si lanci in una serie di campagne militari sia in direzione del Caucaso (Trebisonda fu presa nel 1461) e della Mesopotamia sia contro gli Stati cristiani dell'area danubiana ancora indipendenti. Nonostante una coraggiosa resistenza da parte delle popolazioni locali, furono occupate le isole del mar Egeo, Atene e l'intera Attica, la Morea (= Peloponneso), l'Albania (Giorgio Castriota resistette fino al 1468), la Bosnia, la Valacchia e la parte meridionale della Crimea. Ormai tutto il bacino orientale del Mediterraneo era sotto il controllo dei Turchi, che minacciavano da vicino l'Ungheria, l'Austria, i territori veneti dell'Istria e della Dalmazia, e la stessa Venezia, non esitando a spingersi anche pi lontano.
Particolare impressione fece la comparsa dei Turchi sulla costa pugliese, dove il 28 luglio 1480 sbarc un corpo di spedizione di 8.000 uomini nei pressi di Otranto, che fu conquistata il 13 agosto successivo: buona parte degli abitanti furono massacrati, mentre i superstiti furono inviati in Albania per essere venduti come schiavi. Si tratt per di una incursione isolata, anche perch questa volta il papato, sentendosi minacciato da vicino, si diede da fare per procurare aiuti a re Ferrante, il quale pot bloccare Otranto per terra e per mare, costringendo il 10 settembre gli occupanti ad arrendersi.
Il pericolo per l'Italia e per l'Occidente sembr allora scongiurato, ma la minaccia turca era destinata a incombere sull'Europa, sia per terra sia per mare, per almeno altri due secoli, interrompendo quelle vie di comunicazione con l'Estremo Oriente, che erano state aperte al tempo dei Mongoli; e gli storici sono concordi nel vedere in questa situazione uno stimolo potente per l'Occidente a cercare in direzione opposta, cio verso ovest, nuove vie per raggiungere l'Oriente, che  quanto cerc di fare Cristoforo Colombo.


APPROFONDIMENTI

Dracula: da principe a vampiro

L'espansione turca nei Balcani ad opera di Maometto II, anche se fu nel complesso travolgente, incontr a volte la forte resistenza delle popolazioni locali guidate dai loro capi, qualcuno dei quali per al momento opportuno non esit a passare dalla parte degli invasori, pur di conservare il proprio potere.  quello che secondo i suoi avversari politici avrebbe avuto intenzione di fare anche Vlad Terzo Dracula detto l'Impalatore (Tepes in rumeno), che a pi riprese, tra il 1448 e il 1476, fu voivoda (signore) della Valacchia (oggi parte della Romania). Il soprannome "Jepes" se lo guadagn grazie alla predilezione per una forma particolare di esecuzione capitale, consistente nell'infilare un palo nel corpo della vittima: supplizio che secondo varie testimonianze coeve o di poco posteriori avrebbe inflitto a un nunnero incredibiinnente alto di condannati. Quello di "Dracula" non fu invece merito suo, dato che lo eredit dal padre Vlad Secondo Dracula, detto cos perch insignito nel 1431 dall'imperatore Sigismondo di Lussemburgo dell'ordine del Drago, la cui insegna rappresentava un dragone pendente da una croce, con la coda arricciata intorno alla testa e con il corpo diviso in due, per simboleggiare il Cristo che con la sua morte e resurrezione aveva sconfitto il drago, simbolo di Satana. Poich Vlad Secondo portava sempre su di s l'insegna del drago, cos come, erano tenuti a fare tutti gli insigniti di quell'ordine, e in rumeno diavolo si dice drac, gli fu attribuito l'epiteto di "Dracula" (o, pi correttamente, "Draculea"), nel senso di "figlio del diavolo". Il figlio Vlad Terzo nacque nel 1430-1431 e soggiorn da giovane presso le corti ungherese e tedesca. Nel 1444 il padre fece atto di sottomissione ai Turchi, vincitori a Varna, e dovette dare come ostaggi due dei suoi figli, tra cui Vlad, che visse quattro anni segregato in una fortezza dell'Anatolia, dove lo raggiunse nel 1447 la notizia dell'uccisione del padre. Tornato di nascosto in Valacchia, sfrutt a fondo i suoi legami familiari e le sue doti di intrepido combattente per inserirsi nelle lotte in corso nei Balcani tra i Turchi e i superstiti Stati cristiani, riuscendo alla fine a riprendersi il trono paterno. La sua posizione era per assai difficile sia per l'ostilit dei nobili e dei mercanti sassoni (immigrati in Valacchia nel Dodicesimo secolo), legati alla famiglia rivale dei Danesti, sia per la pressione dei Turchi, per fronteggiare i quali si leg strettamente al re d'Ungheria Mattia Corvino. Contro i suoi nemici interni procedette con mano pesante, impalandone un gran numero. Nello stesso tempo cerc di guadagnarsi il consenso popolare avviando una politica protezionistica a favore dell'artigianato e del commercio, e favorendo l'ascesa sociale di coloro che si guadagnavano la sua fiducia con il loro valore militare e la loro laboriosit. Le cure pi attente furono rivolte tuttavia al potenziamento dell'esercito, di cui cur personalmente la preparazione. Riusc cos a tenere testa agli Ottomani con una serie di vittorie, che scatenarono l'ira di Maometto Secondo e gli valsero una grande notoriet anche tra i nemici. Il cronista turco Ibn Kemal descrive lo spettacolo agghiacciante che si present nel giugno del 1462 agli occhi di Maometto II, il quale a Tirgoviste (Valacchia) si trov di fronte una foresta di pali sui quali erano confitti i soldati di un suo distaccamento sorpresi nel sonno dal principe valacco.
Nonostante per i successi militari, i suoi avversari politici continuavano a tramare contro di lui e nel novembre di quello stesso anno fecero pervenire a Mattia Corvino tre lettere a lui attribuite, da cui risultava che egli intendeva venire a patti con i Turchi. Mattia Corvino le credette autentiche e fece arrestare il suo vecchio alleato, confinandolo nel castello di Visegrad, dove rimase fino al 1466 e dove fu visitato dal legato pontificio Niccol di Modrussa, che cos lo descrive nella sua Historia de bellis Gothorum: "Non era alto, ma robusto e forte, aveva espressione fiera e crudele, naso grosso e aquilino, narici gonfie, volto affilato e leggermente imporporato; le ciglia lunghissime circondavano gli occhi verdi e spalancati, che sopracciglia nere e folte rendevano minacciosi; guance e mento erano rasati, a eccezione dei baffi. Le tempie gonfie aumentavano il volume della testa; un collo taurino univa l'alta nuca alle larghe spalle su cui cadevano le chiome nere e ricciolute",
Uno degli scritti incriminati di Vlad, insieme a una lettera di accompagnamento di Mattia Corvino, fu recapitato tramite il legato al papa Pio II, che lo riport nei suoi Commentarli, contribuendo cos ad avallare in Occidente l'immagine distorta del principe valacco. In seguito, per, il re d'Ungheria si convinse dell'innocenza di Vlad, che pot riprendere cos la sua lotta contro i Turchi, ma sul finire del 1476 fu sconfitto e ucciso. La sua morte non mise fine, tuttavia, alla sua leggenda, che anzi ebbe una diffusione enorme in tutta Europa, dando vita a due filoni completamente diversi: in ambito germanico e turco si amplificarono a dismisura i tratti violenti e autoritari del suo carattere, fino a farne uno spirito malefico, un vero e proprio figlio del diavolo (premessa della trasformazione in vampiro con il romanzo Dracula, pubblicato a Londra nel 1897 dallo scrittore irlandese Bram Stoker); in ambito slavo e rumeno fu invece cantato come un eroe nazionale amato dal popolo.


24.12
L'organizzazione dell'impero turco

I Turchi, diversamente dagli Arabi, non furono capaci di fondere in una civilt originale il patrimonio culturale dei popoli soggetti, che pertanto mantennero le loro tradizioni linguistiche e religiose. Assimilarono invece assai bene l'organizzazione politico-amministrativa degli Stati che inglobarono nel loro dominio o con i quali vennero in contatto, innanzitutto di quello selgichide, ma anche dell'impero mongolo di Persia e di quello bizantino.
Il potere sia politico sia religioso era tutto nelle mani del sultano, il quale governava o direttamente o attraverso funzionari soggetti al suo controllo, che venivano spostati con una certa frequenza, per evitare che si radicassero sul posto. Non pochi di essi erano schiavi del sultano, tratti cio da quella schiera di giovani cristiani, catturati nel corso di scorrerie o comunque sottratti alle loro famiglie e convertiti all'Islam, che venivano addestrati a svolgere compiti politici e militari: in questo modo il sovrano poteva contare su persone a lui legate da un vincolo personale di soggezione, su cui appoggiarsi, per evitare che crescesse il potere dell'aristocrazia musulmana (ovviamente, del tutto eccezionale fu il caso dello Scanderbeg).
Tra essi venivano reclutati anche i giannizzeri, le truppe scelte del sovrano, che gi abbiamo visto in azione a Costantinopoli: circa diecimila uomini, soggetti a una ferrea disciplina e assai affiatati tra di loro, obbligati com'erano al celibato e alla vita in comune.
Il resto dell'esercito era formato dalla cavalleria dei sipahi (= beneficiari di terre dello Stato, tenuti al servizio militare a cavallo) e da una fanteria ben addestrata e dotata, gi al tempo dell'assedio di Costantinopoli, di una formidabile artiglieria. L'insieme di questi reparti formava una macchina bellica di grande potenza, che costitu il principale fondamento dell'impero turco.
Un elemento di debolezza avrebbe potuto essere costituito invece dalla differenza di religione rispetto ai sudditi slavi, albanesi e greci dei paesi balcanici e danubiani, rimasti in stragrande maggioranza di fede ortodossa. Nei loro confronti per i Turchi ebbero un atteggiamento di grande tolleranza, limitandosi a tenerli fuori dall'esercito e a imporre loro la tradizionale tassa che in tutti i paesi musulmani gravava sugli infedeli. L'unica forma di interferenza in ambito religioso fu rappresentata dalla pressione sulla Chiesa ortodossa, perch venisse revocato il riconoscimento dell'unione con la Chiesa latina, come effettivamente avvenne nel 1472; e ci per eliminare ogni forma di influenza esterna sui sudditi cristiani.


Il dibattito
storiografico

L'impero ottomano: uno stato tra oriente e occidente


L'Occidente, che dapprima aveva tardato a cogliere la gravit del pericolo turco, anche dopo la caduta di Costantinopoli e la successiva ulteriore espansione di Maometto Secondo nei Balcani stent a lungo prima di dar vita a concrete iniziative di carattere politico-militare e a tradurre in atto lo spirito crociato che i papi del tempo cercarono di far rivivere contro la rinnovata barbarie degli infedeli. Il ritardo, legato ai contrasti e alla diversit degli interessi strategici degli Stati cristiani dell'Europa mediterranea, appare tanto pi evidente se si considera che invece nella psicologia collettiva del mondo cattolico il turco si andava configurando sempre di pi come una sorta di nemico metafisico, che rappresentava una minaccia non solo per la sicurezza delle popolazioni cristiane, ma anche per la loro religione e la loro cultura.
Tutto questo, se non imped allora e, a maggior ragione, non impedir nel futuro rapporti economici pi o meno intensi tra le due aree, nondimeno ostacol fortemente la conoscenza del variegato mondo ottomano, all'interno del quale, peraltro, i sudditi di fede non islamica, e quindi anche i cristiani, potevano praticare liberamente, sia pur in forma discreta, il loro culto, soggetti com'erano soltanto al pagamento del tradizionale tributo che gravava sugli infedeli.
Manifestazione dell'incomunicabilit sul piano ideologico tra i due mondi  da considerare anche il nome con il quale gli Europei hanno designato per secoli i sudditi dell'impero ottomano, vale a dire "Turchi", laddove questi si definivano "Ottomani", termine di valenza politica e non etnica, mostravano di non gradire affatto l'altra parola. A sottolinearlo  stato nella seconda met del Settecento l'armeno Mouradja d'Ohsson, interprete dell'ambasciata svedese a Costantinopoli e autore della prima grande opera dedicata all'impero ottomano, intitolata Tableau General de l'Empire ottoman (vol. Quarto 1, Parigi 1791, pp. 372-373).
Eppure, nonostante l'indubbio carattere ingiurioso con cui nel linguaggio corrente si faceva uso del termine "turco", la cultura europea, sulla base delle testimonianze degli storici bizantini, aveva colto per tempo, e con un anticipo di almeno tre secoli rispetto ai diretti interessati, che l'impero ottomano era una pagina della storia dei Turchi e che alla base di esso c'erano state l'islamizzazione e la turchizzazione dell'Asia Minore.
Il fenomeno, al quale hanno dedicato negli ultimi decenni studi pregevoli lo storico francese Claude Cahen (1909-1991) e Valeria Fiorani Piacentini, si era svolto, come si  visto, nell'arco dei secoli XI-XIII, portando a una trasformazione della fisionomia della regione sul piano sia religioso sia etnico: trasformazione, che, se pure non fu totale, ci nondimeno fece dell'elemento turco sia l'artefice dell'impero sia quello che ne rese possibile la sopravvivenza nel lungo periodo del suo declino.
La cultura turca prender coscienza di questo solo nel corso dell'Ottocento, per effetto della riscoperta dell'idea di nazione propugnata dal movimento romantico europeo, talch il poeta Namik Kemal scriver che il suo popolo aveva compiuto il prodigio di trasformare "una trib in uno Stato mondiale".
L'orientamento oggi prevalente tra gli storici era stato, tuttavia, contrastato nella prima met del Novecento dall'orientalista inglese H. A. Gibbons e dallo storico greco G.G. Arnakis, autori, peraltro, di opere pregevoli rispettivamente The Foundation of the Ottoman Empire, Oxford, Frank Cassand Co., 1916 e I primi Ottomani (1282-1337), Atene 1947 (in greco) -, nelle quali sopravvalutarono il ruolo dell'elemento greco, considerando la "razza" ottomana (che in realt non  mai esistita) il risultato della fusione tra Greci e Turchi.
I loro studi hanno comunque contribuito a delineare in maniera pi aderente alla realt storica la fisionomia complessiva dell'impero ottomano, che  stato a lungo considerato espressione integrale della civilt islamica tradizionale, ma da qualcuno (N. Jorga, Latins et grecs d'Orient l'tablissement des Turcs en Europe. 1342-1362, in "Byzantinische Zeitschrift", 4, 1906) anche come un impero "romano-musulmano", per aver coltivato i sultani l'idea di essere i successori di Roma.
Oggi si  portati a credere, infatti, che lo Stato ottomano sia stato una realt politica sui generis, che non pu essere assimilata n agli Stati musulmani precedenti n all'impero bizantino e che la sua fisionomia complessiva sia stata determinata anche dall'apporto delle popolazioni sottomesse (Greci, Rumeni, Ungheresi, Armeni) nonch da modelli politici e culturali europei: venne cos a trovarsi, con il passare del tempo, a mezza strada fra Oriente e Occidente, per poi orientarsi, una volta diventato nel 1923 repubblica di Turchia, sempre pi decisamente verso l'Occidente, fino a porsi tra i candidati a entrare nell'Unione europea.
La trattazione pi completa della storia dell'impero ottomano, alle cui conclusioni si  fatto costantemente riferimento nelle pagine precedenti,  quella di A. Bombaci-S.J. Shaw, L'Impero ottomano, vol. Sesto 2 della Nuova storia universale dei popoli e delle civilt, Torino, UTET, 1997. Utili anche F. Babinger, Maometto il Conquistatore e il suo tempo, Torino, Einaudi, 1967; A. Galletta, Gli Ottomani, in La storia. I grandi problemi dal Medioevo all'Et contemporanea, Torino, UTET, 1988, vol. II, pp. 573-595; Histoire de l'Empire ottoman, a cura di R. Mantran, Pars, Fayard, 1989.
Del Cahen si  tenuta presente soprattutto l'opera Preottoman Turkey (e. 1071-1330), London, Sidgwick & Jackson, 1968, ma si veda anche L'Islamismo. Dalle origini all'inizio dell'Impero ottomano, Milano, Feltrinelli, 1969. Della Fiorani Piacentini l'opera a cui si  fatto riferimento  Turchizzazione e islamizzazione dell'Asia centrale (VI-XVI secolo d.C.), Milano-Roma-Napoli-Citt di Castello, Dante Alighieri, 1974.


Bibliografia

Per un quadro complessivo degli Stati dell'Europa orientale e balcanica si pu partire dai volumi di J. Macek, L'Europa orientale nei secoli XIV-- XV, Sansoni, Firenze, 1974; Storia d'Europa, a cura di G. Livet-R. Mousnier, vol. III, Bari, Laterza, 1982; H. Bogdan, Storia dei paesi dell'Est, Torino, SEI, 1991; G. Castellan, Histoire des Balkans. XIV-XX siecle, Paris, Fayard, 1991; G. Prvlakis, I Balcani, Bologna, il Mulino, 1997. Da essi si pu ricavare la bibliografia relativa ai singoli Stati.
Sulla caduta di Costantinopoli  d'obbligo il rinvio ad A. Pertusi, La caduta di Costantinopoli. I: Le testimonianze dei contemporanei; II: L'eco nel mondo, Milano, Mondadori, 1976.
Per l'ordine dei Cavalieri teutonici: K. Gorski, L'Ordine teutonico. Alle origini dello stato prussiano, Einaudi, Torino, 1971; H. Samsonowicz, I Cavalieri Teutonici, inserto nel n. 3 di "Storia Dossier" (gennaio 1987).
Per i Mongoli e Tamerlano: M. Brion, Tamerlano, Novara, De Agostini, 1971; G.G. Merlo, Il Mongoli da Gengis Khan a Tamerlano, in La storia, cit., vol. II, pp. 570-571.
Per la Russia e la Chiesa ortodossa: O. Clment, La Chiesa ortodossa, Brescia, Queriniana, 1989.
Per Dracula: I. Stavarus, Storie medievali su Vlad Jepes Dracula, Poggibonsi, Lalli, 1991.




La Chiesa tra crisi istituzionale

e dissenso religioso

25.1
Il papato ad Avignone

Nel 1309 la sede papale, come si  detto, si trasfer da Roma ad Avignone. L'evento, conseguenza del conflitto tra Filippo il Bello e Bonifacio VIII,  tradizionalmente considerato in maniera assai negativa, perch avrebbe posto il papato sotto l'influenza della monarchia francese e avrebbe contribuito a renderlo sempre pi un centro di potere e sempre meno una guida spirituale per il mondo cattolico. La storiografia recente tende tuttavia a valutarlo in maniera pi equilibrata e aderente alla realt storica, prescindendo dal mito della "cattivit avignonese", creato da Dante Alighieri.
Indubbiamente l'influenza francese fu assai forte ed emerge in maniera evidente da dati di natura quantitativa, ma essa fu opera non solo e non tanto della monarchia, quanto piuttosto della Chiesa di Francia e di quella meridionale in particolare. Tutti i papi del periodo avignonese furono infatti originari della Francia meridionale e lo stesso accadde con i cardinali da loro nominati, dei quali ben centododici su centotrentaquattro erano francesi, e di essi novantasei erano meridionali. Francese infine era in stragrande maggioranza anche il personale di curia. Questo per non comport affatto un indebolimento del papato e un arresto di quell'evoluzione della Chiesa in senso monarchico, che gi abbiamo visto in atto nei secoli XII-XIII. Anzi la tranquillit della piccola citt della Provenza e la possibilit per i pontefici di operare al riparo degli intrighi e delle continue lotte della nobilt romana crearono le condizioni ideali, perch la curia raggiungesse un livello organizzativo assai alto, dotandosi di un apparato burocratico-amministrativo, al quale si ispireranno in seguito le stesse monarchie europee: un apparato, che consent ai pontefici di accentrare nelle proprie mani tutta la direzione della vita della Chiesa, riducendo sempre di pi gli spazi di autonomia delle istituzioni ecclesiastiche locali. Cos la scelta di vescovi e arcivescovi, che nei secoli XII-XIII veniva fatta in genere dai capitoli delle cattedrali, nella prima met del Trecento fu sempre pi spesso di competenza papale, fino a diventare prassi consolidata gi alla fine del secolo. Lo stesso avvenne con i superiori dei monasteri maschili e femminili, e con un numero sempre crescente di benefici minori, indipendentemente dal fatto che comportassero o non la cura delle anime.
Questo nuovo sistema nasceva anche dall'esigenza di sottrarre le istituzioni ecclesiastiche alle pressioni delle forze locali, ma comportava l'inconveniente di suscitare il malcontento dell'aristocrazia nonch delle comunit cittadine e di tutti quegli organismi di potere, che da secoli erano abituati ad esercitare un'influenza pi o meno grande sulle chiese locali. N meno scontenti erano vescovi e capitoli cattedrali, che si vedevano privati della facolt di disporre di benefici, da sempre ricadenti nella loro giurisdizione.
Senza contare poi che i papi non furono completamente liberi nella scelta dei titolari di vescovati e abbazie, perch non di rado dovettero venire a patti con sovrani e signori territoriali, che segnalavano o sostenevano in maniera decisa candidati di loro fiducia.
Orbene, se si considera che tutto questo valeva non soltanto per la Francia e l'Italia, ma per l'intero mondo cattolico, si comprende come gli uffici della Cancelleria avessero un gran da fare per produrre la documentazione relativa sia all'assegnazione dei benefici (decine di migliaia all'anno) sia alle trattative e alle controversie che ne derivavano; tanto pi che l'accentramento operato dal papato avignonese riguardava anche l'ambito disciplinare e giurisdizionale, per cui tutta una serie di questioni, nel passato di competenza dei tribunali civili o vescovili, vennero riservate ai tribunali curiali, con conseguente produzione di lettere e di documenti di ogni genere.


APPROFONDIMENTI

la cancelleria pontificia e l'acquisto degli uffici

La Cancelleria, il pi antico e all'inizio l'unico organo della curia pontificia, si articolava in una serie di uffici. Alla fine del Medioevo vi lavoravano varie centinaia di persone, la cui attivit si incrementava con il progredire della centralizzazione nel governo della Chiesa: notai, scrittori, abbreviatori, segretari, referendari e altri. Ad essi si aggiungevano ben milleduecento sollicitatores, che avevano il compito di seguire l'iter dei documenti da un ufficio all'altro.  stato calcolato che allora veniva prodotto in un anno un numero di atti pari a quello dell'intero primo Millennio. Di essi una parte cospicua era rappresentata dalla documentazione relativa al conferimento dei benefici, i cui titolari, prima di entrare in possesso del sospirato atto di nomina, dovevano pagare varie tasse man mano che esso passava da un ufficio all'altro.
Nel corso del Trecento i membri dei vari uffici della Cancelleria cominciarono a riunirsi in collegi, assimilabili alle corporazioni e alle confraternite insieme, allo scopo di organizzare meglio il lavoro e di tutelare pi efficacenente i loro interessi materiali e spirituali. Il sistema, che poi si diffuse anche in altri settori della curia, si perfezion nella seconda met del Quattrocento, quando divenne sistematica la pratica di vendere gli uffici.
All'origine di essa c'era la consuetudine, gi diffusa nel Trecento, di fare un omaggio al pontefice all'atto della nomina: omaggio, che poi si trasform in vera e propria vendita, soprattutto a partire da Pio Secondo e Sisto IV. In questa maniera la curia incamerava subito una determinata somma (in genere tra i mille e i duemila fiorini), mentre l'acquirente si sarebbe rifatto della spesa attraverso le tasse pagate da coloro che richiedevano documenti. L'ufficio poteva anche essere rivenduto dal titolare, ma al pi tardi venti giorni prima della sua morte; in caso contrario il papa ne recuperava la piena disponibilt e poteva venderlo nuovamente. Se si considera che molti curiali detenevano pi uffici contemporaneamente, si comprende come la curia romana si configurasse come un grande apparato burocratico-finanziario, il pi complesso e il meglio organizzato dell'Europa del tempo.

Oltre alla Cancelleria, il cui funzionamento fu oggetto nel 1331 di un'apposita regolamentazione, ufficio di fondamentale importanza era la Camera apostolica, che gestiva le finanze. Essa si avvaleva di una rete di collettori sparsi per tutto il mondo cattolico, che avevano il compito di riscuotere le imposte dovute alla curia papale, convogliandole poi spesso ad Avignone attraverso mercanti-banchieri italiani. Si trattava di somme notevoli, dato che a pagare erano tutti gli ecclesiastici e i monasteri in rapporto alle loro entrate, la cui consistenza era attentamente valutata e annotata in appositi registri. All'incremento continuo delle entrate corrispondevano per spese altrettanto grandi, per mantenere il numeroso personale di curia e una corte raffinata e splendida, dove erano accolti letterati e artisti da ogni parte d'Europa, senza contare poi le ingenti somme necessarie ai papi per finanziare i loro interventi in Italia e soprattutto per mantenere il controllo dello Stato pontificio.
Tutto questo, beninteso, non fu una creazione improvvisa dei primi decenni del Trecento, ma  indubbio che lo sviluppo dell'apparato burocratico-amministrativo della curia papale ebbe allora una forte accelerazione, comunque certamente pi forte di quella che era dato di riscontrare negli altri organismi politici del tempo.


25.2
Nuove forme di dissenso religioso

L'intensa attivit finanziaria e commerciale alimentata dalla corte pontificia, il cui bilancio si poteva confrontare solo con quello dei regni di Francia, Inghilterra e Napoli, il fasto in cui vivevano i prelati avignonesi, i crescenti impegni politici del papato in ogni parte d'Europa, e in Italia soprattutto, non mancavano per di suscitare disagio, se non proprio scandalo, in quei fedeli che avrebbero voluto una Chiesa pi vicina agli ideali del Vangelo e pi impegnata nella guida spirituale della Cristianit: tra essi Dante Alighieri, Brigida di Svezia, Caterina da Siena. Certo non  possibile dire in che misura questo disagio fosse diffuso, ma  indubbio che non era limitato a gruppi ristretti, anche se nei casi in cui assunse dimensioni di massa giocarono, accanto alle motivazioni di carattere religioso, anche fattori di altra natura.
In ogni caso la reazione del papato fu assai dura e and ben oltre l'ambito strettamente dottrinale, configurandosi come intolleranza nei confronti di qualsiasi forma di disobbedienza, per cui anche i ghibellini italiani che contrastavano i progetti politici papali furono dichiarati eretici. Questo fece s che in alcuni momenti venissero a trovarsi alleati coloro che per motivi diversi si opponevano al papato, come al tempo di Ludovico il Bavaro, presso il quale si rifugiarono Michele da Cesena e altri francescani spirituali, perseguitati da Giovanni XXII per le loro idee pauperistiche. I roghi di frati dissidenti, che arsero in varie parti dell'Italia centro-settentrionale, e la resa della maggior parte degli altri non valsero tuttavia a porre fine alla dissidenza francescana, che continu in maniera pi o meno sotterranea ad opera dei cosiddetti fraticelli.
Il fenomeno andava comunque al di l del mondo dei religiosi. Gi nel 1260 era sorto a Parma, ad opera di Gherardo Segarelli, un movimento a carattere pauperistico (Orda apostolorum), che all'inizio si mosse sotto la benevola tutela delle autorit ecclesiastiche locali e con il pieno sostegno della popolazione, al punto che i fratelli apostolici, come furono detti i seguaci del Segarelli, avevano pi seguito di Francescani e Domenicani. Nel giro di pochi anni si trovarono per a essere considerati eretici e come tali perseguitati e condannati al rogo. Al Concilio di Lione del 1274, per bloccare il continuo proliferare di nuovi ordini religiosi, soprattutto di impronta mendicante, si decise, infatti, di imporre a tutti quelli nati dopo il 1215 di non accogliere altri membri e di consentire a quelli che gi avevano pronunciato i voti di trasferirsi negli ordini gi approvati dalla Santa Sede. Gli apostolici non accettarono la nuova normativa, finendo cos nel mirino degli inquisitori, che cominciarono a colpirli sulla base delle accuse tradizionali rivolte agli eretici: predicazione volta a disorientare i semplici, attacchi alla Chiesa romana, simulazione di santit. All'inizio il Segarelli fu risparmiato, ma poi anch'egli fin sul rogo il 18 luglio del 1300.
Intanto, prima ancora della morte del loro fondatore, gli apostolici avevano trovato un nuovo leader in Dolcino da Novara (meglio noto come fra' Dolcino), che, grazie anche a Dante,  uno degli eretici pi famosi del Medioevo. Dotato, a differenza del Segarelli, di buona preparazione biblica, super l'originario spontaneismo del movimento, elaborando una pi complessa concezione della storia della salvezza, che prevedeva la distruzione tra il 1303 e il 1305 della "Chiesa carnale" di Bonifacio Ottavo e l'avvento di un'et di pace sotto la guida di un papa santo. Per prepararsi all'avvento della nuova ra o forse per sfuggire alle persecuzioni della Chiesa, Dolcino e i suoi seguaci si ritirarono in Valsesia, nel Piemonte settentrionale, dove le loro fila si ingrossarono in seguito all'arrivo di nuovi adepti da ogni parte dell'Italia centro-settentrionale.
Il sostegno che inizialmente fornirono loro le popolazioni locali e il ricorso alle armi, cui si videro costretti per procurarsi i mezzi di sostentamento e per resistere alle truppe inviate contro di loro, hanno indotto alcuni storici a vedere l'esperienza dolciniana come un episodio di lotta sociale contro i signori fondiari e i detentori del potere. La storiografia pi recente nega, tuttavia, l'esistenza di una coscienza di classe tra i seguaci di Dolcino, ponendo soprattutto l'accento sul loro sogno di rinnovamento spirituale della Chiesa, anche se non esclude che questo progetto abbia suscitato consenso soprattutto tra quanti non potevano ritenersi contenti dei rapporti sociali esistenti. Nel 1307, comunque, un esercito allestito in seguito a una crociata, promossa da Clemente V, vinse le ultime resistenze dei dolciniani, da mesi assediati tra le montagne: molti furono uccisi subito; altri, tra cui lo stesso Dolcino, furono arsi vivi a Novara.
Le dottrine di Dolcino, pur avendo suscitato adepti in varie parti dell'Italia centro-settentrionale, non ebbero tuttavia una risonanza paragonabile a quella che produsse in Inghilterra e in Europa l'insegnamento di un teologo e canonista di Oxford, Giovanni Wyclif (morto nel 1384), che per la prima volta tradusse la Bibbia in inglese. Con lui il dibattito dottrinale con i rappresentanti dell'istituzione ecclesiastica faceva un salto di qualit, dato che all'ispirazione evangelica e all'ansia di rinnovamento spirituale, che avevano animato gli eretici precedenti, si aggiungeva ora una profonda conoscenza di sant'Agostino e della Sacra Scrittura, che conferiva maggiore autorevolezza alle sue idee.
Anche Wyclif partiva dalla critica alla mondanizzazione della Chiesa e ai privilegi della gerarchia ecclesiastica in nome del ritorno alla povert evangelica; ma ad essa univa sia la rivalutazione delle prerogative del potere civile (gi presente in Marsilio da Padova e Guglielmo d'Occam) sia la contestazione di elementi fondamentali della dottrina e dell'organizzazione cattolica, quali l'eucaristia, la confessione auricolare, la scomunica, le decime. Inoltre, partendo dal presupposto che la grazia  il fondamento dell'autorit, negava la legittimit del potere esercitato da governanti in peccato mortale. Il suo pensiero fu ovviamente condannato come eretico, ma ci non imped che si diffondesse ad opera dei suoi discepoli, detti "lollardi". Anche in Inghilterra fioccarono le condanne al rogo (Wyclif si salv per la protezione del re), soprattutto dopo che la grande rivolta popolare del 1381 ebbe mostrato al potere politico la pericolosit sociale delle sue dottrine, cui facevano esplicito riferimento alcuni rivoltosi. Ci non valse tuttavia a stroncare il Lollardismo, che si esaur solo nel corso del Quattrocento.
Maggiore vitalit mostrarono le teorie di Wyclif nella versione che ne diede un teologo dell'universit di Praga, Giovanni Hus, il quale lasci cadere alcuni aspetti pi propriamente teologici del pensiero del maestro inglese, appuntando le sue critiche sulle degenerazioni in senso mondano e monarchico, che la Chiesa aveva conosciuto negli ultimi due-tre secoli. Su di esse e sui risvolti politico-sociali, che il movimento hussita ebbe in tutta la Boemia, non ci soffermiamo, avendone gi trattato nel capitolo precedente. Qui ricordiamo soltanto che anche Giovanni Hus fin sul rogo a Costanza nel 1415.


25.3
Il ritorno dei papi a Roma e lo scisma

Nel frattempo erano maturati grossi eventi per la Chiesa nel suo complesso. Gi verso la met del Trecento si erano succeduti gli appelli ai papi da parte di prestigiose figure del mondo cristiano (Caterina da Siena, Brigida di Svezia) e di uomini di cultura (Francesco Petrarca, Coluccio Salutati), perch facessero ritorno a Roma. E in effetti i pontefici consideravano la sede avignonese come provvisoria; ma la tranquillit e le comodit di cui godevano nella piccola citt provenzale continuavano a trattenerli sulle rive del Rodano.
Fu Urbano Quinto (1362-1370), forse anche a causa della minore sicurezza provocata da torme di sbandati della guerra dei Cent'anni, colui che per primo prov a rimettere piede a Roma, dove giunse nel 1367, accolto ovviamente con grande entusiasmo dalla popolazione.
Dopo tre anni era per di nuovo ad Avignone. Il suo successore Gregorio Undicesimo (1370-1378) ne ripart definitivamente solo nel gennaio del 1377, ma facendosi precedere dalle bande armate del condottiero inglese John Hawkwood (italianizzato, come si  detto a suo luogo, in Giovanni Acuto) e del legato Roberto di Ginevra.
La morte di Gregorio XI, avvenuta gi l'anno dopo, pose subito il collegio cardinalizio, in maggioranza francese, davanti al problema di dargli un successore. I Romani, temendo che venisse scelto un papa francese che volesse riportare la sede pontificia ad Avignone, inscenarono delle manifestazioni al grido: "Romano lo volemo o almanco (= almeno) italiano". Intimiditi o non dalla folla, i cardinali elessero l'arcivescovo di Bari Bartolomeo Frignano, che prese il nome di Urbano VI. Questo ad aprile; a settembre per i cardinali francesi, ritiratisi a Fondi, dichiararono irregolare la precedente elezione, perch avvenuta in un clima di intimidazione, e procedettero a una nuova elezione, facendo cadere questa volta la loro scelta sul cardinale Roberto di Ginevra, che prese il nome di Clemente Settimo e nel giugno dell'anno seguente (1379) si insedi ad Avignone.
La ricostruzione dei fatti  per tutt'altro che sicura. Tra l'elezione del Frignano e il suo annullamento passarono ben cinque mesi, per cui non  da escludere che i cardinali francesi si siano pentiti della loro scelta per il pessimo carattere di Urbano Sesto o per i suoi propositi di ridimensionare la potenza del corpo cardinalizio, cresciuta a dismisura nel periodo avignonese. Certo  che i due papi considerarono entrambi legittima la propria elezione e diedero vita a due collegi di cardinali e a due curie, una a Roma e l'altra ad Avignone. In altri tempi forse il conflitto si sarebbe ricomposto presto, alla morte di uno dei due contendenti; ma ora la situazione era complicata da considerazioni di carattere politico, dato che le varie corti d'Europa cercarono di trarre vantaggio dalla necessit in cui si trovavano i due pontefici di guadagnare appoggi alla propria causa. Accadde anzi che il riconoscimento dell'uno o dell'altro papa diventasse un elemento della lotta politica interna, come si verific nel Regno di Napoli, dove la regina Giovanna Prima era schierata con Clemente Settimo e il popolo napoletano con Urbano VI. Il risultato fu che la situazione si cristallizz, per cui i due collegi cardinalizi procedettero regolarmente alla nomina di un nuovo papa ogni volta che la Sede si rendeva vacante. Nel 1406 erano in carica Gregorio Dodicesimo a Roma e Benedetto Tredicesimo ad Avignone. Lo scisma, se, come si  detto, non turbava molto i regnanti europei, destava tuttavia sconcerto tra le coscienze cristiane, contribuendo ad abbassare ulteriormente il prestigio della dignit sacerdotale e a dare nuova linfa alla lotta degli eretici contro la "carnalit" della Chiesa. Una reazione in positivo fu rappresentata invece dalla diffusione del movimento della cosiddetta Devotio moderna, che dai Paesi Bassi si diffuse alla fine del Trecento in tutta l'Europa centro-settentrionale. Si trattava di un nuovo tipo di spiritualit, tutta incentrata sull'esperienza individuale della meditazione e sulla pratica delle piccole virt, in modo da realizzare nella vita quotidiana l'imitazione dell'umanit di Cristo. E l'Imitazione di Cristo  appunto il titolo di un'opera, attribuita al tedesco Tommaso da Kempis (o Kempen), che ebbe una grandissima fortuna.
Intanto principi pi sensibili e docenti di autorevoli universit discutevano sul modo di sbloccare la situazione. La soluzione fu trovata alla fine nella convocazione di un concilio universale che, deponendo l'uno o l'altro papa o entrambi, riportasse l'unit tra i cristiani.
Ed effettivamente un concilio fu convocato nel 1409 a Pisa, dove furono deposti sia Gregorio Dodicesimo sia Benedetto XIII, dichiarati scismatici ed eretici, e fu eletto un nuovo papa nella persona dell'arcivescovo di Milano, che prese il nome di Alessandro V. Ma l'iniziativa si rivel tutt'altro che felice: l'autorit del concilio pisano, infatti, non fu riconosciuta dalla maggior parte del mondo ecclesiastico, per cui ai due pontefici, che rifiutavano di dimettersi, se ne aggiunse un terzo.


25.4
Il movimento conciliarista e la fine dello scisma

Il modo poco efficace in cui era stato organizzato il Concilio di Pisa non tolse vigore alla convinzione, sempre pi diffusa tra teologi e canonisti, che fosse il concilio la sede pi idonea, non solo per risolvere lo scisma, ma anche per avviare finalmente l'opera di riforma della Chiesa, ritenuta ormai indifferibile, per arginare la diffusione delle eresie e per rinnovare la vita religiosa. Anzi alcuni giunsero a vedere nel concilio non uno strumento per risolvere una situazione di emergenza, quanto piuttosto un organismo, dotato di autorit superiore a quella dello stesso pontefice in materia di dottrina e di fede, e in quanto tale da riunire periodcamente. Erano orientati in questo senso anche coloro che ancora recalcitravano davanti alla centralizzazione, operata dal papato a danno delle Chiese locali, i cui titolari avrebbero potuto riprendere influenza proprio attraverso un organismo collegiale, quale appunto il concilio universale. Naturalmente non mancavano pensatori che sostenevano l'esatto contrario, come Alvaro Pelayo, secondo il quale la Chiesa si identificava con il papa (Petrus significat ecclesiam); ma ci non imped che tutti convenissero sulla necessit di convocare intanto un concilio universale, con la partecipazione cio dei vescovi e degli abati dei monasteri di tutto il mondo cattolico. Interprete di questa esigenza si fecero il re di Germania e futuro imperatore Sigismondo, e il pontefice pisano Giovanni XXIII, nel frattempo succeduto ad Alessandro V.
I padri conciliari si riunirono a Costanza, in Germania, il 5 novembre del 1414, con la partecipazione anche di numerosi principi e di moltissimi teologi e canonisti. Dopo varie difficolt di ordine procedurale - si decise tra l'altro di votare non singolarmente, ma per nazioni (italiani, francesi, inglesi, tedeschi, spagnoli) - si arriv finalmente alle decisioni pi difficili: il 6 aprile 1415 fu approvato il decreto Haec Sancta, secondo il quale il concilio universale, in quanto rappresentante della Chiesa militante, deriva il suo potere direttamente da Cristo e quindi ha autorit su tutti i cristiani, compreso il papa.
Successivamente fu deposto prima Giovanni XXIII, il papa autore della convocazione che aveva cercato di spostare il concilio altrove, e poi Benedetto XIII, mentre Gregorio XII, dimessosi spontaneamente, veniva nominato cardinale. Un conclave di brevissima durata, al quale parteciparono anche sei rappresentanti per ognuna delle cinque nazioni presenti al concilio, procedette quindi all'elezione al soglio pontificio del cardinale Ottone Colonna, che assunse il nome di Martino Quinto (1417-1431).
Alcuni padri conciliari, tra cui Giovanni Gerson dell'Universit di Parigi, avrebbero voluto affrontare con decisione anche il problema della riforma della Chiesa, ma su questo problema riaffiorarono subito posizioni contrastanti, per cui ci si limit ad approvare il 30 ottobre del 1417 il decreto Frequens: in base ad esso i concili generali si sarebbero dovuti riunire regolarmente ogni dieci anni, ad eccezione del primo, da convocare dopo cinque anni, e del secondo dopo sette. E in effetti Martino V, pur impegnandosi subito nell'opera di restaurazione dell'autorit pontificia e pur non nascondendo la sua mancanza di entusiasmo per i decreti Haec Sancta e Frequens, provvide a convocare un concilio a Pisa nel 1423, vale a dire alla scadenza regolare dei cinque anni; ma in quell'occasione non fu possibile concludere alcunch, essendo i partecipanti pochi e per giunta in disaccordo tra di loro, per cui i lavori si chiusero gi l'anno dopo.
Puntualissima dopo sette anni, nel 1431, giunse anche la seconda convocazione, a Basilea (allora non ancora inserita nella confederazione svizzera). Questa volta i partecipanti furono pi numerosi, ma soprattutto decisi ad affrontare il problema della riforma, cominciando con l'ammettere ai lavori non solo vescovi e abati, ma anche semplici chierici, purch ritenuti degni. Si pass quindi a ridimensionare i poteri sia del papa sia degli organismi curiali, restituendo agli ordinari diocesani maggiore libert nel conferimento dei benefici.
Nel frattempo a Martino Quinto era succeduto Eugenio Quarto (1431-1447), il quale, vista la piega che stava prendendo il concilio e ritenendosi impotente a mantenerne il controllo, ordin ai partecipanti di sospendere i lavori e di trasferirsi in Italia, indicando come sede prima Ferrara e poi Firenze, dove sarebbero convenuti anche prelati e teologi greci per la riunificazione della Chiesa orientale con quella romana.
La decisione papale non fece per che ridare vigore alle tesi dei conciliaristi pi animosi, che erano in maggioranza e che si rifiutarono di obbedire al papa. Restarono perci a Basilea e come prima cosa processarono Eugenio IV, dichiarandolo decaduto e dandogli come successore, nel novembre del 1439, Felice V, l'ex duca di Savoia Amedeo VIII, che nel 1434 si era ritirato a vita religiosa nel convento di Ripaglia. E cos, mentre a Firenze si celebrava effettivamente l'unione delle due Chiese (6 luglio 1439) e si metteva fine, sia pur temporaneamente, allo scisma d'Oriente, un'altra scissione si operava nella Cristianit d'Occidente. Si tratt per questa volta di uno scisma di breve durata, dato che i padri conciliari non riuscirono a risolvere i contrasti che nel frattempo erano sorti al loro interno, per cui, trasferitisi a Losanna, finirono nel 1449 con il riconoscere nuovamente il pontefice romano Niccol Quinto (1447- 1455), mentre Felice Quinto faceva ritorno nel suo monastero.


25.5
La ripresa dell'autorit pontificia

La crisi del movimento conciliarista, sancita dagli eventi di Basilea, mostrava chiaramente come fosse arduo mettere mano a un'effettiva opera di riforma della Chiesa e come i problemi aumentassero anzich diminuire, quando si tentava di indebolire la monarchia papale, sovrapponendo ad essa assemblee ingovernabili di dotti e di prelati. Gli stessi principi, che pure avevano tratto vantaggi pi o meno grandi dalla crisi dell'autorit papale, si resero conto che la strada migliore per il rafforzamento del loro potere era quella di stabilire con il papato degli accordi, scritti o taciti, che salvaguardassero i loro reciproci interessi, delimitando in maniera chiara le rispettive sfere di influenza. In particolare, in cambio del riconoscimento della superiore autorit del papa, si chiedeva: tassazione dei beni ecclesiastici e relativa riduzione delle imposte a favore della curia pontificia; controllo delle cariche ecclesiastiche pi importanti, quali vescovati e grandi abbazie; rinuncia papale al conferimento dei benefici minori; competenza dei tribunali civili in materia ecclesiastica; adeguata rappresentanza delle varie nazioni all'interno del collegio cardinalizio.
In questa direzione gi si stavano muovendo da tempo le pi forti monarchie europee, come l'Inghilterra e la Francia, le cui Chiese si vennero configurando fin dagli inizi del Quattrocento come delle entit dotate di una certa autonomia nei confronti di Roma.
Ma che quella fosse ormai la linea di tendenza,  dimostrato dagli orientamenti analoghi che maturavano in paesi, quali la Germania e l'Italia, dove la formazione di pi saldi organismi politici stava avvenendo, come si  visto, a livello di Stati regionali e cittadini. N diversamente andavano le cose in regni quali l'Ungheria, la Polonia, la Danimarca, e non per scelte di carattere politico-ideologico, ma per ovvie ragioni, legate alla lontananza di quei paesi e alla particolarit dei problemi che si ponevano alle istituzioni ecclesiastiche locali, ancora alle prese con l'evangelizzazione di parte della popolazione.
Lo Stato, in cui il delinearsi di una Chiesa nazionale (Chiesa gallicana) appare pi precoce e consapevole,  tuttavia la Francia, il cui clero si riun nel 1437 in un sinodo nazionale, promosso dal re Carlo VII. In quell'assemblea, sulla base dei deliberati di Costanza e degli orientamenti emersi a Basilea, venne condannato ogni intervento pontificio nell'assegnazione dei benefici e ribadito il principio che vescovi e abati dovevano essere eletti, rispettivamente, dai capitoli cattedrali e dalle comunit monastiche. Venne inoltre fortemente limitata la possibilit per i pontefici di tassare il clero francese. L'anno dopo il re, appellandosi al suo ruolo di protettore della Chiesa gallicana, sanzion, con la cosiddetta Prammatica sanzione di Bourges, quelle decisioni, rendendole esecutive in tutto il regno.
Superata cos la crisi conciliarista e definito nelle sue linee di fondo un orientamento nei confronti del potere politico, il papato pot dedicarsi appieno al recupero del terreno perduto: recupero che avvenne a tutti i livelli e con un grande impiego di mezzi.
Innanzitutto sul piano teorico-dottrinale fu sferrata una grande offensiva contro quello che restava delle teorie conciliariste, attraverso l'opera di autorevoli teologi e intellettuali, quali Niccol da Cusa, Giovanni di Torquemada, Enea Silvio Piccolomini. Quest'ultimo, divenuto papa con il nome di Pio Secondo (1458-1464), pubblic nel 1460 la bolla Execrabilis, nella quale riafferm il ruolo del papato come guida suprema della Cristianit, escludendo che il concilio potesse essere un organismo permanente e ad esso sovrapposto.
Contemporaneamente andava avanti il potenziamento dell'apparato burocraticoamministrativo della curia, verso la quale riprese e anzi si potenzi quel flusso continuo di cacciatori di benefici e di procuratori di principi e re, che si era momentaneamente allentato nei decenni precedenti. Cresceva intanto in prestigio e nel numero dei membri il collegio cardinalizio, che si venne configurando come un organismo di rappresentanza delle varie famiglie principesche dell'Europa, ma soprattutto dell'Italia, le quali cercavano con tutti i mezzi di avere un cardinale "di famiglia": suo compito principale era quello di controllare la concessione dei benefici ecclesiastici all'interno del dominio della propria famiglia, per far s che venissero conferiti a chierici di suo gradimento. Tra questi cardinali "di famiglia" della seconda met del Quattrocento si possono ricordare, a solo titolo di esempio: Giovanni d'Aragona, figlio del re di Napoli Ferrante; Ascanio Maria Sforza, figlio di Francesco Sforza, duca di Milano; Francesco Gonzaga, figlio di Ludovico Gonzaga, duca di Mantova; Giovanni dei Medici (futuro papa Leone X), figlio di Lorenzo il Magnifico, designato al cardinalato nel 1489 all'et di quattordici anni (la nomina fu pubblicata tre anni dopo, quando ebbe raggiunto l'et di diciassette anni).
Un altro fronte di lotta per i papi fu rappresentato dallo Stato della Chiesa, dove il cardinale Egidio d'Albornoz a met del Trecento aveva ristabilito in qualche modo l'autorit pontificia. Negli anni dello scisma, tuttavia, avevano ripreso pieno vigore le autonomie cittadine e quelle numerose dominazioni signorili, che si riconoscevano solo formalmente dipendenti dal papato. Ora i pontefici mirarono a dare piena attuazione alle Costituzioni dell'Albornoz e a stabilire un pi saldo controllo sulle terre del loro dominio, affidando cariche e signorie locali a membri della propria famiglia, alcuni dei quali entravano a far parte anche del collegio cardinalizio. E il fenomeno noto con il nome di "nepotismo", giudicato in genere negativamente dal punto di vista morale, ma al quale negli ultimi decenni gli storici tendono a dare un'interpretazione di tipo politico-amministrativo, considerandolo, come ha sottolineato Sandro Carocci, da una parte una costante della storia della Chiesa, dall'altro uno strumento di governo strettamente connesso all'organizzazione della curia e dello Stato creata dai pontefici a partire dalla fine del Dodicesimo secolo. A inaugurare la prassi del cardinale nipote fu Martino V, che nel 1426 nomin cardinale suo nipote Prospero Colonna. I suoi immediati successori la incrementarono sempre di pi, al punto che gi Sisto Quarto della Rovere (1471-1484) nomin cardinali ben sei tra nipoti e parenti, giungendo finanche a mettere in pericolo la pace in Italia, per soddisfare le ambizioni dei nipoti Girolamo Riario e Giuliano della Rovere. Lo stesso fece lo spagnolo Alessandro Sesto Borgia (1492-1503), egli stesso cardinale nipote, essendo stato nominato da suo zio Callisto Terzo nel 1456. Nel 1538, infine, la figura del cardinale nipote fu istituzionalizzata, per poi durare fino alla fine del Seicento.
Contemporaneamente si procedette alla creazione di un ordinato sistema fiscale, che consent di far crescere le entrate, mentre riprendeva anche il flusso di denaro prodotto dal conferimento dei benefici e dalla riscossione delle decime nei paesi in cui era ancora possibile.
Queste entrate, sommate insieme, diedero ai papi una notevole disponibilit finanziaria, che consent loro sia di assoldare truppe mercenarie per mantenere il controllo dello Stato e per le esigenze della loro politica italiana, sia di intraprendere una grandiosa opera di rinnovamento edilizio e urbanistico di Roma, che nella seconda met del Quattrocento e nei primi decenni del Cinquecento si abbell di splendidi edifici e di grandi opere d'arte.
Vi affluirono infatti gli artisti pi famosi del tempo, tra cui Michelangelo e Raffaello, nonch numerosi letterati, alla ricerca di una sistemazione negli uffici della curia pontificia o tra i familiari e cortigiani dei cardinali. E il fenomeno del "mecenatismo", che tra Quattrocento e Cinquecento coinvolse, sia pur in misura diversa, tutte le corti italiane ed europee, ma che ebbe indubbiamente nella Roma dei papi dimensioni molto pi grandi che altrove.


25.6
I problemi della cura d'anime
e il movimento dell'Osservanza

Gli impegni di governo dei pontefici, assorbendo sempre di pi le loro energie, impedivano ovviamente di dedicare all'attivit pastorale tutte quelle cure che sarebbero state necessarie in un periodo in cui la Cristianit occidentale, come si  visto, era pervasa da inquietudine e insoddisfazione crescenti. Questo, tuttavia, non significa, contrariamente a quel che si  portati a credere sulla base soprattutto di testimonianze di carattere letterario, che i fedeli fossero abbandonati a se stessi e che l'organizzazione della cura d'anime fosse prossima al collasso. Le ricerche condotte di recente in alcune diocesi dell'Europa e dell'Italia mostrano infatti come la situazione fosse assai varia da una zona all'altra e come l'assenza dei vescovi dalle loro sedi o il loro impegno in attivit diverse da quelle pastorali non significasse affatto crisi della vita religiosa locale. Non solo essi si avvalevano di vicari non di rado molto esperti e zelanti, ma la parrocchia, le confraternite e le altre istituzioni ecclesiastiche di base si mostravano talmente collaudate e radicate nella societ, da continuare a funzionare regolarmente nonostante le manchevolezze dei vertici della Chiesa.
Molto variegato si presentava anche il mondo dei chierici in cura d'anime, il cui livello di preparazione e di impegno pastorale risulta diverso perfino in diocesi vicine, oltre che, all'interno della stessa diocesi, tra la citt e le zone rurali. Nell'insieme si tratta comunque di un corpo sacerdotale adagiato nel puro svolgimento di quei semplici riti che scandivano la vita individuale e collettiva dei fedeli.
Fattori di dinamismo nella vita religiosa delle popolazioni urbane e rurali - delle prime soprattutto - erano rappresentati invece da quelle forme di associazionismo dei laici, che in maniera pi o meno diretta e immediata erano riconducibili al mondo degli ordini religiosi vecchi e nuovi. Confraternite e terzi ordini (francescano, domenicano, agostiniano, carmelitano, servita) consentivano infatti a numerosi esponenti del laicato pio, detti appunto terziari (ancora oggi esistenti), di praticare forme di devozione e di impegno caritativo, che non sempre la parrocchia era in grado di garantire. Non mancavano in verit confraternite che facevano capo direttamente alla chiesa parrocchiale e alla guida spirituale del parroco, ma in genere si rivelavano pi dinamiche quelle che erano collegate ai conventi degli ordini mendicanti.
Questi erano indubbiamente le forze propulsive della vita religiosa locale, soprattutto grazie all'influenza enorme che esercitavano sul laicato attraverso la predicazione e la confessione, per cui, nonostante i contrasti che a volte sorgevano con il clero, erano i vescovi, oltre ai signori e alle comunit cittadine, a promuovere con tutti i mezzi la fondazione di nuovi conventi. Il fenomeno ebbe una forte accelerazione nel corso del Quattrocento, quando sia gli ordini mendicanti sia alcuni rami del vecchio ordine benedettino, incoraggiati prima dai padri conciliari di Costanza e Basilea e poi dal papato, riuscirono a dare attuazione effettiva a quell'ansia di rinnovamento, che agitava confusamente il mondo cristiano.
 allora infatti che ebbe una notevole diffusione il movimento dell'Osservanza, nato nella seconda met del Trecento all'interno dei vari ordini religiosi per richiamare frati e monaci alla piena osservanza delle rispettive regole, abbandonando quelle innovazioni, che vi erano state man mano introdotte per attenuarne il rigore iniziale. Particolarmente vivace fu quello nato all'interno dell'ordine francescano, che espresse figure di grande rilievo spirituale, ma nello stesso tempo capaci di esercitare una notevole influenza anche sul piano sociale e politico, quali san Bernardino da Siena, san Giovanni da Capestrano, san Giacomo della Marca, i quali percorsero infaticabilmente l'Italia da un capo all'altro, predicando e promuovendo opere assistenziali (ospedali, monti frumentari) e la fondazione di nuovi conventi osservanti, quando quelli preesistenti rifiutavano di aderire alla riforma. Dal movimento dell'Osservanza francescana nascer nel Cinquecento l'Ordine dei cappuccini.


Il dibattito
storiografico

Movimento dell'osservanza e dinamiche politico-sociali


Il dibattito storiografico sulle origini e sul carattere dei vari movimenti dell'Osservanza, rimasto a lungo ancorato ad una prospettiva puramente religiosa e tutta interna al mondo degli ordini religiosi, ha conosciuto una forte accelerazione, in particolare per quanto riguarda l'ordine francescano, a partire dagli anni Settanta del Novecento, ma soprattutto in seguito all'XI convegno internazionale su Il rinnovamento del francescanesimo. RL'Osservanza, organizzato nel 1983 ad Assisi dalla Societ internazionale di Studi francescani (e i cui Atti sono stati pubblicati dalla stessa Societ nel 1985). In quell'occasione gli storici intervenuti si chiesero a cosa fosse dovuto il capillare e rapido inserimento degli Osservanti nell'Italia del tardo Medioevo e se ad esso avesse contribuito solo l'intraprendenza dei frati e dei personaggi pi rappresentativi del movimento, sia pur in stretto collegamento con il papato, o vi fossero state anche spinte provenienti dall'esterno.
Il contributo di M. Pois (I Papi e l'Osservanza minoritica, ivi, pp. 31-105 degli Atti) sul rapporto fra i papi e l'Osservanza minoritica fece emergere le principali direttrici lungo secondo le quali si orientarono gli interventi papali, tendenti ad appoggiare e tutelare giuridicamente l'Osservanza e il suo sviluppo, ma nello stesso tempo a tentare di mantenere almeno l'unit giuridica al vertice dell'ordine, eliminando le deviazioni dottrinali e scissioniste. Tuttavia, tranne Eugenio Quarto e Pio II, dotati di un forte spirito di iniziativa, i pontefici, seppur convinti della necessit della riforma, intervennero pi che altro perch stimolati dall'iniziativa altrui, sia degli stessi frati osservanti sa, soprattutto, dei laici - re, principi, aristocrazia cittadina e feudale, comunit cittadine -, che chiedevano il servizio pastorale degli Osservanti e la loro presenza nel proprio territorio.
A sua volta K. Elm (Riforme e Osservanze nel Quattordicesimo e Quindicesimo secolo, ivi, pp. 151-167) sottoline i legami assai stretti che si vennero a creare tra i frati impegnati nell'opera di rinnovamento dei loro ordini e i progetti politici di signori territoriali e di citt potenti, mostrando la necessit di studiare la nascita e lo sviluppo dei movimenti osservanti in collegamento con le dinamiche politiche, sociali ed economiche in atto nei secoli finali del Medioevo.
Intanto gi l'anno precedente Gabriella Zarri nel suo saggio Aspetti dello sviluppo degli Ordini religiosi in Italia tra Quattro e Cinquecento. Studi e problemi (in Strutture ecclesiastiche in Italia e Germania prima della Riforma, a cura di P. Prodi-P. Johanek, Bologna, il Mulino, 1984, pp. 207-257) si era soffermata soprattutto sulle motivazioni che spingevano i laici ad aderire ai movimenti di riforma dei vari ordini religiosi e, in particolare, di quelli mendicanti. Infatti, il successo popolare della predicazione osservante e l'opera di pacificazione svolta dai frati nelle citt dilaniate da contrasti politici e da rivalit familiari giocarono a favore di una pronta adesione all'Osservanza da parte di municipalit, nobili e principi, che si adoperarono per dare accoglienza alla riforma. La stessa capacit degli Osservanti di cogliere le istanze di una societ in trasformazione e di impegnarsi nella realizzazione di opere sociali (ospedali, monti di piet, monti frumentari) contribu a diffonderne la fama. Bisogna, tuttavia, ricordare che questo sostegno spesso non fu sufficiente per introdurre la riforma in antichi conventi, specialmente quando essi erano a loro volta legati a gruppi e a ceti altrettanto forti, per cui l'Osservanza ebbe come esito la fondazione di nuovi conventi piuttosto che la riforma di quelli preesistenti.
Il patronato spirituale e il sentimento dell'onore familiare furono, poi, molle che spinsero il patriziato urbano a una gara di generosit nelle elemosine per la costruzione di cappelle; il connubio era, infine, perfetto quando i principi sceglievano le chiese degli Osservanti, di cui spesso erano stati i fondatori, come sedi per la propria sepoltura.
L'appoggio fornito dai principi al movimento osservante fu solo una delle forme di intervento attraverso cui essi tentarono di intromettersi nel funzionamento delle istituzioni ecclesiastiche e di porsi come interpreti delle esigenze religiose dei propri sudditi. Lo ha dimostrato G. Chittolini (Stati regionali e istituzioni ecclesiastiche nell'Italia centro-settentrionale del Quattrocento, in La Chiesa e il potere politico dal Medioevo all'et contemporanea, a cura di G. Chittolini-G. Miccoli, Torino, Einaudi, 1986, pp. 149-163), che ha inserito il fenomeno nel pi ampio quadro della politica religiosa degli Stati quattrocenteschi, i quali tentarono anche, sia pur con strumenti ed esiti diversi, di interferire nell'assegnazione dei benefici e di sottoporre a tassazioni "straordinarie" i beni ecclesiastici.
In tale contesto, come ha mostrato G.G. Merlo (Ordini mendicanti e potere: l'Osservanza minoritica cismontana, in Vite di eretici e storie di frati, A Giovanni Miccoli, a cura di M. Benedetti-G.G. Merlo-A. Piazza, Milano, Edizioni Biblioteca Francescana, 1998, pp. 267-301), i vertici locali e nazionali dell'Osservanza francescana si mostrarono dotati di spiccato realismo politico, adoperando tutti i mezzi di cui potevano disporre per dare ulteriore sviluppo al loro movimento, ma anche per evitare interferenze dei laici nel funzionamento della loro organizzazione.
I risultati della pi recente storiografia hanno in sostanza cambiato l'approccio allo studio dell'Osservanza, e di quella francescana in particolare, vista non pi solo come un tardo momento dell'evoluzione storica dell'ordine, bens anche come un osservatorio assai importante sulla societ in cui i frati si trovarono ad operare.
Oltre ai lavori citati, sono da vedere sull'Osservanza in generale, e su quella francescana in particolare: M. Pois, L'"Osservanza" come espressione della "Ecclesia semper renovanda", in Problemi di storia della Chiesa nei secoli XV-XVII, Napoli, Edizioni Dehoniane, 1979, pp. 13-107; D. Nimmo, Reform and Division in the medieval Franciscan Order from saint Francis to the Foundation of the Capuchns, Roma, Istituto storico dei Cappuccini, 1985.
Per i rapporti con le dinamiche politiche e sociali, e con i principi in particolare: Reformbemhungen und Observanzbestrebungen im sptmittelalterlichen Ordenswesen., a cura di K. Elm, Duncker & Humblat, Berlin 1989, soprattutto il saggio di N. Rubinstein, "Reformation" und Ordensreform in italienischen Stadtrepubliken und Signorien, pp. 521-538; S. Fasoli, Tra riforme e nuove fondazioni.
L'Osservanza domenicana nel Ducato di Milano, in "Nuova Rivista Storica", 76 (1992), pp. 417-487; G. Vitolo, Ordini mendicanti e dinamiche politico-sociali nel Mezzogiorno angioino-aragonese, in "Rassegna storica salernitana", 30 (dicembre 1998), pp. 67-101.


Bibliografia

Per un quadro generale della Chiesa e della vita religiosa nel Tre-Quattrocento: G. Miccoli, La storia religiosa, in Storia d'Italia, vol. 11, Torino, Einaudi, 1974, pp. 734-793; H.G. Beck-K.A. Fink-J. Glazik E. Iserloh, Tra Medioevo e Rinascimento, in Storia della Chiesa, dir. da H. Jedin, vol. VII, Milano, Jaca Book, 1977; Storia dell'Italia religiosa. I. L'Antichit e il Medioevo, a cura di A. Vauchez, Roma-Bari, Laterza, 1993.
Per il papato e il conciliarismo: G. Alberigo, Chiesa conciliare. Identit e significato del conciliarismo, Brescia, Paideia, 1981; W. Ullmann, Il papato nel Medioevo, Roma-Bari, Laterza, 1987; G.G. Merlo, Dal papato avignonese ai grandi scismi: crisi delle istituzioni ecclesiastiche?, in La Storia. I grandi problemi dal Medioevo all'Et contemporanea, vol. I, Torino, UTET, 1988, pp. 453-475.
Per le istituzioni ecclesiastiche e i problemi della cura d'anime: Strutture ecclesiastiche in Italia e in Germania prima della riforma, a cura di P. Prodi e P. Johanek, Bologna, il Mulino, 1984; Vescovi e diocesi in Italia dal Quattordicesimo alla met del Sedicesimo secolo, a cura di G. De Sandre Gasparini, A. Rigon, F. Trolese, G.M. Varanini, Roma, Herder, 1990.
Per i collegamenti tra istituzioni ecclesiastiche e potere politico: R. Bizzocchi, Chiesa e potere nella Toscana del Quattrocento, Bologna, il Mulino, 1987; Gli Sforza, la Chiesa lombarda, la corte di Roma. Strutture e pratiche beneficiane nel ducato di Milano (1450-1535), a cura di G. Chittolini, Napoli, GISEM-Liguori, 1989.



Alla ricerca di un difficile equilibrio.

Politica e cultura nell'Italia del Quattrocento

26.1
Tentativi di egemonia dei Visconti

La caduta di Costantinopoli, se suscit in Europa un'enorme impressione, non valse a far adottare misure concrete per scongiurare il pericolo di un'ulteriore espansione dei Turchi. I maggiori regni europei erano infatti alle prese con gravi problemi di riassetto interno dopo le crisi dinastiche e i conflitti sociali, che li avevano sconvolti fra Tre e Quattrocento, mentre gli Stati italiani apparivano esausti dopo i ripetuti quanto inutili tentativi, compiuti ora dall'uno ora dall'altro, per stabilire la propria egemonia sulla penisola. Se per quelli partiti da Napoli al tempo di Carlo Terzo e di Ladislao di Durazzo erano stati del tutto privi di risultati nonostante i successi iniziali, i progetti espansionistici di Milano, Venezia e Firenze portarono al consolidamento di quegli organismi politico-territoriali e a una loro definitiva configurazione su base regionale.
Vale la pena tuttavia di fare un passo indietro e ricostruire pi in dettaglio i tentativi di egemonia dei primi decenni del Quattrocento, al fine di cogliere meglio i rapporti di forza esistenti nella penisola e l'evoluzione del quadro politico nella seconda met del secolo.
Il discorso non pu non prendere le mosse dalla pi dinamica e aggressiva delle forze politiche italiane, il Ducato di Milano. Qui, come abbiamo visto, il figlio di Gian Galeazzo Visconti, Filippo Maria, rimasto nel 1412 solo alla guida del ducato dopo l'assassinio del fratello Giovanni Maria, avvi il recupero dei territori perduti dopo la morte del padre, avvalendosi dei pi rinomati condottieri del tempo, fra cui Francesco Sforza, Niccol Piccinino, nipote di Braccio da Montone, e Francesco Bussone, poi conte di Carmagnola, immortalato in una tragedia di Alessandro Manzoni. N si limit a questo, dato che il Carmagnola fu lanciato all'acquisto di nuove terre nel Veneto e in Romagna, mentre venivano tessute alleanze con quelle citt toscane, quali Lucca e Siena, che temevano l'espansionismo di Firenze. Si form ovviamente un'alleanza tra quanti si sentivano minacciati dal rinnovato espansionismo visconteo, in primo luogo Venezia e Firenze, ma poi anche il papa e il duca di Savoia. La guerra che ne scatur dur pi di venti anni (1423-1447) e fu ricca di colpi di scena, oltre che di continue pause e riprese, intrecciandosi con contese dinastiche e rivolgimenti politici interni agli Stati che vi furono coinvolti. Protagonisti di quegli eventi furono per non solo principi e governanti, ma anche i capi degli eserciti mercenari, che proprio nella prima met del Quattrocento fecero un salto di qualit sia sul piano organizzativo sia come capacit di inserirsi nel gioco politico. Passando, infatti, da uno schieramento all'altro, diventarono arbitri dei conflitti, per cui finirono con il configurarsi pi come alleati che come dipendenti degli Stati che li avevano assoldati. Di qui il tentativo dei principi di unirli a s in maniera pi stabile, attraverso la concessione di feudi e legami di natura matrimoniale.  quello che fece Filippo Maria Visconti con il Carmagnola, concedendogli feudi e dandogli in sposa la nipote Antonia.
Tanta generosit non valse per ad assicurargli la fedelt del condottiero, il quale nel 1425 pass al servizio di Venezia, ottenendo per essa la vittoria di Maclodio (1427), che assicur alla Serenissima il possesso del Bresciano, del Bergamasco e di una parte del Cremonese. In seguito per egli non si dimostr pi il comandante audace e deciso che era apparso in precedenza, riportando una serie di insuccessi, apparsi sospetti al Senato veneziano, che lo convoc a Venezia, dove fu processato e decapitato.
Intanto le cose andavano meglio per il Visconti sul fronte tosco-romagnolo, dove il Piccinino e lo Sforza riportarono brillanti vittorie, costringendo Firenze a mantenersi sulla difensiva. La stanchezza indusse per il momento i belligeranti a chiudere la partita sulla base della situazione esistente, per cui con la pace di Ferrara del 1433 Venezia si tenne i territori conquistati. Si tratt per solo di una breve pausa, perch la guerra riesplose gi l'anno dopo. Questa volta il duca di Milano punt ancora pi in alto, inviando lo Sforza alla conquista di Umbria e Marche, ma gli alleati lo bloccarono, attirando dalla loro parte il condottiero visconteo mediante l'offerta del marchesato di Ancona.
Intanto il conflitto si complicava, allargandosi all'Italia meridionale, dove era in corso la lotta tra Luigi Terzo d'Angi e Alfonso d'Aragona per la successione a Giovanna II. Gi abbiamo parlato di questa vicenda e di come Filippo Maria Visconti, prima schierato insieme a Venezia e Firenze a favore dell'Angioino, passasse poi dalla parte di Alfonso, che era caduto suo prigioniero, stabilendo con lui un legame assai saldo. N era questa l'unica complicazione.
A Firenze, proprio gli insuccessi militari contro il duca di Milano e la sua alleata Lucca avevano screditato ulteriormente il regime oligarchico, che faceva capo agli Albizzi, creando le condizioni per l'avvento al potere di Cosimo dei Medici, il quale diede nuovo vigore all'alleanza con Venezia in funzione antiviscontea. Si giunse cos a una nuova pace, non meno effimera della precedente, che fu firmata a Cremona nel 1441 e sanc anche la riconciliazione di Francesco Sforza con il duca di Milano, che gli diede in moglie la figlia Bianca Maria. Ma il Visconti decisamente non aveva fortuna con i capitani di ventura: riaccesasi la guerra l'anno dopo e formatisi di nuovo due schieramenti contrapposti, lo Sforza si trov ancora una volta in quello avverso al suocero, che invece aveva dalla sua il re di Napoli e il pontefice Eugenio IV. Ma un altro dei tanti colpi di scena, di cui  ricca la storia italiana del Quattrocento, sconvolse i piani delle forze in campo: la morte senza eredi diretti del duca di Milano nel 1447. A rivendicarne l'eredit, scesero in campo il genero Francesco Sforza, il nipote Carlo d'Orlans, figlio di sua sorella Valentina, oltre al duca di Savoia e, pare, allo stesso Alfonso d'Aragona, ma le famiglie del patriziato milanese, inaspettatamente, tentarono di dar vita a un regime di tipo oligarchico, proclamando in quello stesso anno la Repubblica ambrosiana.



26.2
Dall'egemonia di Venezia alla Lega italica


Dopo pi di venti anni di guerre il Ducato di Milano si ritrovava in preda al marasma pi completo, perch numerose citt e signorie locali si affrettarono a recuperare la loro autonomia, mentre Firenze, nonostante le ingenti somme investite, non aveva conseguito vantaggi territoriali. Chi invece poteva ritenersi pienamente soddisfatta era Venezia, che, diversamente da Genova, si era gi da tempo impegnata in una politica espansionistica a vasto raggio sia in Italia sia in Dalmazia. Probabilmente non fu una scelta del tutto libera, quanto piuttosto la risposta a pericoli esterni, ma, una volta imboccata quella strada, la Serenissima la segu con estrema determinazione, finendo con il configurarsi come la maggiore potenza italiana del Quattrocento, minacciosa per i suoi stessi alleati.
 quel che avvenne al tempo del doge Francesco Foscari (1423-1457), il quale pens di trarre vantaggio dalla crisi di Milano. Intanto i successi riportati contro Scaligeri, Carraresi e Visconti gi avevano esteso il territorio veneziano dall'Isonzo all'Adda, successivamente dilatatosi con l'acquisto del patriarcato di Aquileia, di Zara in Dalmazia e, nel 1441, di Ravenna, dopo l'estinzione dei da Polenta. Ora il Foscari punt a dilatarlo ulteriormente in Lombardia, espandendosi nel Lodigiano. Ancora una volta per quelli che si sentivano minacciati si coalizzarono contro l'aggressore, in primo luogo Firenze, sospettosa di qualsiasi ingrandimento territoriale da parte degli altri Stati della penisola. La pressione militare si esercitava per pur sempre su Milano, il cui governo, privo di una larga base popolare, in quanto espressione solo di alcune famiglie del patriziato cittadino, non era in grado di fronteggiare la situazione, aggravata anche da una lunga carestia. Vistisi alle strette, i Milanesi non trovarono di meglio che affidare la difesa della repubblica a Francesco Sforza, il quale effettivamente respinse i Veneziani, sconfiggendoli a Caravaggio nel 1448; di l a poco, sfruttando il successo conseguito e appellandosi ai diritti che gli derivavano dal matrimonio con Bianca Maria Sforza, si fece proclamare duca (1450).
Venezia, tuttavia, non si diede per vinta e, stretta un'alleanza con il duca di Savoia e il re di Napoli, riprese l'offensiva contro Milano, scontrandosi ancora una volta con una coalizione avversa, animata da Firenze, che ora non aveva nulla da temere dallo Sforza, mentre invece erano i Veneziani a rappresentare un pericolo per gli equilibri politici italiani. La guerra si trascinava ormai stancamente da tre anni, quando giunse la notizia della caduta di Costantinopoli, seguita dall'appello del papa alla crociata contro i Turchi. Venezia allora ne approfitt per mettere fine alla guerra e concentrare di nuovo la sua attenzione sul Mediterraneo orientale, dove l'avanzata dei Turchi avrebbe prima o poi investito i suoi possedimenti.
Si giunse cos alla pace di Lodi, firmata il 9 aprile del 1454, che sanc definitivamente l'ascesa di Francesco Sforza al Ducato di Milano e il riconoscimento delle conquiste veneziane in Lombardia.
A rendere pi salda la pace finalmente raggiunta, Milano, Venezia e Firenze diedero vita subito dopo a una Lega italica, estesa l'anno seguente al papa, al re di Napoli e a Borso d'Este, che si riprometteva di mantenere gli equilibri politici esistenti nella penisola, impedendo qualsiasi tentativo espansionistico ai danni degli Stati aderenti, anche se proveniente da potenze straniere. L'accordo, al quale aderirono poi quasi tutte le altre formazioni politiche dell'Italia centro-settentrionale, valeva per venticinque anni e avrebbe potuto essere rinnovato, come in effetti avvenne alla scadenza. Era prevista anche la creazione di un esercito permanente per la comune difesa da eventuali attacchi provenienti dall'esterno, ma il progetto non fu mai realizzato. Sostanzialmente la lega raggiunse l'obiettivo di garantire la pace in Italia, anche se non riusc ad evitare tutta una serie di conflitti a carattere locale, che misero pi volte in pericolo il precario equilibrio politico sancito dalla pace di Lodi.



26.3

Gli Stati italiani dopo la pace di Lodi


 opportuno, a questo punto, delineare un quadro completo della situazione politica italiana, prendendo in considerazione non solo gli Stati maggiori, che hanno finora monopolizzato la nostra attenzione, ma anche quelli minori, tra i quali non ci sorprender la presenza di piccoli Comuni, rimasti ancora indipendenti.
Cominciamo la nostra panoramica proprio da Venezia, ora tutta concentrata sulla difesa dei suoi interessi commerciali e dei suoi possedimenti nel Mediterraneo orientale, sollecitata anche da molte citt albanesi e greche, che avevano accettato il suo dominio per essere difese dai Turchi. Questo non bast per a evitare la gravissima perdita dell'isola di Negroponte (o Eubea) nel 1470, solo in parte compensata dall'acquisto di Cipro, ceduta dall'ultima regina Caterina Cornaro, della casa di Lusignano.
I rapporti con i Turchi non furono per sempre conflittuali, mantenendosi piuttosto in equilibrio precario all'interno di un accordo complessivo, stabilito nel 1454, che prevedeva libert di commercio per i Veneziani in cambio del pagamento di tariffe doganali non eccessivamente gravose. Certo, era finito il tempo delle grandi facilitazioni di cui i mercanti veneziani avevano goduto nell'Oriente bizantino, ma non pu dirsi che i loro traffici fossero bloccati. Ci nondimeno essi preferirono dirottarli in buona parte verso Alessandria d'Egitto, che divenne cos il mercato pi importante per i prodotti provenienti dall'Estremo Oriente.
A Milano intanto Francesco Sforza (1450-1466), non pi pressato dai Veneziani, poteva impegnarsi a fondo, per guadagnare consensi alla sua dinastia e rafforzare cos il suo potere. Mentre operava attivamente a livello diplomatico per creare un asse con Firenze e Napoli a difesa degli equilibri politici italiani, favoriva all'interno la ripresa dell'agricoltura e delle attivit manifatturiere, attraverso anche l'immigrazione di artigiani e l'avvio a Milano di grandi opere pubbliche, tra cui il rifacimento del castello di Porta Giovia (che prender appunto il nome di Castello sforzesco) e lo scavo del Naviglio della Martesana, per portare l'acqua dell'Adda da Trezzo a Milano.
Con l'avvento di suo figlio Galeazzo Maria (1466-1476), assertore di una pi energica condotta di governo, ma privo della prudenza del padre, cominciarono le prime difficolt, che culminarono nel 1476 nel suo assassinio nella chiesa di Santo Stefano ad opera di tre giovani, che, suggestionati dalla lettura degli autori classici, vollero liberare la patria dal tiranno. La vedova Bona di Savoia, figlia del duca Amedeo Nono e nipote del re di Francia Luigi XI, assunse la reggenza per il figlioletto Gian Galeazzo, ma nel 1480 prese il sopravvento Ludovico il Moro, fratello del defunto duca, il quale, allontanata la cognata, assunse la guida effettiva dello Stato in nome del nipote.
Tra Venezia e Milano era incastonata la signoria dei Gonzaga di Mantova, i cui esponenti esercitavano anche l'attivit di condottieri. Il pi famoso fu Gian Francesco Primo (1407-1444), che fu capitano generale di Venezia dopo il Carmagnola ed ebbe nel 1433 il titolo di marchese dall'imperatore Sigismondo. Consegu anche ingrandimenti territoriali, estendendo il suo dominio in direzione del lago di Garda. I suoi successori dovettero impegnarsi non poco, per mantenersi in equilibrio nel mare sempre tempestoso della politica italiana.
Questa difficile arte dovettero imparare anche i loro vicini Estensi, signori di Ferrara, Modena e Reggio, da tempo soggetti alla pressione dei Veneziani, particolarmente interessati alle saline del Polesine. Un esponente di rilievo della dinastia fu Borso d'Este (1450-1471), uno degli artefici della Lega italica, che nel 1452 ebbe dall'imperatore Federico SecondoI il titolo di duca di Modena e Reggio, cui un nel 1471 quello di duca di Ferrara, ottenuto dal papa Paolo III. Il momento pi critico per la dinastia fu la cosiddetta guerra di Ferrara (1482-1484), provocata dalla convergenza tra le ambizioni espansionistiche di Venezia, che ormai puntava alla conquista della stessa Ferrara, e le pratiche nepotistiche di Sisto IV, impegnato a creare in Romagna uno Stato pi grande per il nipote Girolamo Riario, gi signore di Imola e Forl. In quell'occasione, tuttavia, il dispositivo della Lega italica mostr pienamente la sua efficacia, per cui Firenze, Milano, Napoli, i Gonzaga e i Bentivoglio di Bologna si schierarono dalla parte degli Estensi.
Il papa, resosi conto delle difficolt dell'impresa, si ritir subito dalla lotta, passando addirittura dalla parte della Lega, in cambio della promessa di un ingaggio ben retribuito per il nipote. Venezia invece non desistette, ma anzi tent di allargare il teatro delle operazioni belliche, attaccando non solo Milano, ma lo stesso Regno di Napoli (sbarco di Gallipoli, in Puglia), dove cerc di far sollevare i baroni contro il re Ferrante. Fece arrivare infatti in Italia il duca di Lorena Renato Secondo d'Angi, nipote di quel Renato Primo che aveva dovuto abbandonare il regno ad Alfonso d'Aragona. Anch'egli per dovette ritornarsene in Francia a mani vuote, perch non riusc a mobilitare in suo favore la nobilt meridionale.
N i Veneziani si limitarono a questo, ma misero in atto un altro diversivo molto pi pericoloso, anche se al momento privo di conseguenze. Sollecitarono, infatti, a intervenire in Italia contro Napoli e Milano il re di Francia Carlo Ottavo e il duca di Orlans, il quale, in quanto signore di Asti e marito di Valentina Visconti, accampava diritti sul Ducato di Milano. E fu proprio il timore di un intervento francese a indurre Ludovico il Moro a premere sugli alleati, perch si giungesse a un accordo. La pace fu stipulata a Bagnolo, presso Brescia, nel 1484. A farne le spese fu rcole d'Este, che dovette cedere alla Serenissima Rovigo e il Polesine, ma almeno salv il suo Stato e, con esso, la splendida corte di Ferrara, uno dei centri maggiori della cultura e dell'arte del Rinascimento.

Per completare il quadro politico dell'Italia settentrionale, bisogna ricordare ad est il principato ecclesiastico di Trento, coincidente grosso modo con l'attuale Trentino, e ad ovest, nel territorio delle odierne regioni Piemonte e Valle d'Aosta, i tre marchesati di Saluzzo, Monferrato e Ceva, e la contea di Asti, retti da dinastie di origine feudale e gravitanti nell'orbita della Francia o del Ducato di Savoia.

Di quest'ultimo abbiamo gi parlato a proposito dei successi conseguiti da Amedeo VIII, che fu colui che nel 1416 elev a ducato i domini della famiglia, comprendendovi anche la contea di Nizza e riorganizzandoli nel 1430 in province e castellaniee (nel 1439, come si  visto, divenne papa col nome di Felice V). Con i suoi successori per le cose andarono meno bene, soprattutto al tempo del debole Amedeo Nono (1465-1472). Finch fu in vita l'energica moglie lolanda, sorella di Luigi Undicesimo di Francia, fu possibile difendere il ducato sia dalla pressione di Carlo il Temerario, duca di Borgogna, e degli Svizzeri sia dalla interessata protezione del re francese, ma dopo la sua morte nel 1478 il protettorato della Francia si trasform un po' alla volta in dominio effettivo.

Debole si presentava la situazione politica anche della Repubblica di Genova, che, avendo sempre profuso le sue energie per potenziare i traffici e le attivit finanziarie, aveva limitato al minimo indispensabile gli impegni di carattere militare, accontentandosi di mantenere il controllo della riviera ligure, della Corsica e di alcuni centri costieri del mar Nero.
Quando questi ultimi andarono perduti per l'avanzata dei Turchi, i Genovesi non cercarono compensazioni altrove, ma si proiettarono subito, e prima dei Veneziani, verso la navigazione oceanica. La stessa indipendenza politica non fu per loro un ideale da difendere a ogni costo, per cui, pur di venire a capo dei continui conflitti interni che opponevano l'una all'altra le pi potenti famiglie, non esitarono in certi periodi ad accettare di buon grado la dominazione milanese e finanche la sovranit pontificia o francese. All'interno della citt intanto veniva crescendo l'influenza dei governatori del Banco di S. Giorgio, sorto come impresa privata, che riuniva i creditori dello Stato e amministrava le entrate pubbliche, ma che poi crebbe sempre di pi di importanza, come si  detto, assumendo la gestione delle gabelle, dei monopoli e dei possedimenti della repubblica, tra cui la Corsica.

Altre citt che riuscirono a mantenere in vita gli ordinamenti comunali furono Lucca, Siena e, in un certo senso, Bologna. Le prime due traevano la loro forza dalla prosperit economica, prodotta, a Lucca soprattutto, da un'attivit mercantile di altissimo livello; ma furono costrette a mantenersi sempre sulla difensiva e a investire grosse somme per contenere lo slancio espansivo di Firenze. Lo stesso non riusc a fare invece Bologna, che altern periodi d'indipendenza ad altri in cui dovette riconoscere la sovranit dei Visconti o del papa. A met del Quattrocento si impose la famiglia dei Bentivoglio, che, pur mantenendo in vita tutte le istituzioni comunali e riconoscendo la superiore autorit del papa, vi esercit di fatto la propria signoria, prima con Sante (1446-1462) e poi con il figlio Giovanni Secondo (1462-1506).
La sovranit pontificia era riconosciuta anche in Romagna dai vari signori locali, in quanto vicari della Chiesa. Forl fu sotto la signoria degli Ordelaffi fino al 1480, per poi passare, prima, sotto i Riario, e poi tra i domini di Cesare Borgia agli inizi del Cinquecento.
Imola, dopo aver conosciuto la signoria prima degli Alidosi e poi dei Manfredi di Faenza, fu acquistata nel 1472 da Galeazzo Maria Sforza, la cui figlia Caterina la port in dote al gi menzionato Girolamo Riario. Rimini pervenne a met del Quattrocento a Sigismondo Malatesta e rest ai suoi eredi. Cesena, invece, dopo la morte di Malatesta Novello nel 1465, torn sotto il dominio diretto del papa. Larga autonomia ebbero anche alcune citt delle Marche e dell'Umbria, tra cui soprattutto Ancona e Perugia.



26.4

Lorenzo il Magnifico e la politica dell'equilibrio


Nella politica italiana della seconda met del Quattrocento Firenze svolse un ruolo di gran lunga superiore alla sua forza militare e alla sua consistenza territoriale, esercitandosi il suo dominio - tanto per dare qualche termine di confronto - su un'area pari a poco pi della met del territorio di Venezia (circa 30.000 Kmq) e a poco meno di un sesto del Regno di Napoli (76.977 Kmq). Il merito fu tutto dei suoi governanti, prima Cosimo dei Medici e poi il nipote Lorenzo il Magnifico, che seppero condurre una politica estera assai abile.
Cosimo punt prima su legami assai saldi con Venezia, ma poi, come si  visto, non esit ad avvicinarsi a Milano, quando intu il pericolo dell'espansionismo veneziano.
Lorenzo rimase fedele all'alleanza con gli Sforza, schierandosi poi ora con Venezia ora con il re di Napoli, secondo che il pericolo venisse dall'una o dall'altro. Al tempo di Innocenzo VIII, della famiglia genovese dei Cybo (1484-1492), riusc a creare un saldo collegamento anche con il papato, dando sua figlia Maddalena in moglie a Franceschetto Cybo, figlio naturale del pontefice. Pot cos far passare indenne il precario equilibrio italiano attraverso la tempesta della guerra di Ferrara. Questo merito gli riconobbe gi Francesco Guicciardini, il grande storico degli inizi del Cinquecento, il quale cos scrisse nella sua Storia d'Italia: "E conoscendo che alla repubblica fiorentina e a s proprio sarebbe molto pericoloso se alcuno de' maggiori potentati ampliasse pi la sua potenza, procurava con ogni studio che le cose d'Italia in modo bilanciato si mantenessino che pi in una che in un'altra parte non pendessino".
Succeduto al padre Pietro nel 1469 insieme al fratello Giuliano, punt innanzitutto a rinsaldare il suo potere, privo di qualsiasi riconoscimento formale e basato solo sulla solidit economica della famiglia. Sent di non avere la forza per abolire formalmente i vecchi organismi comunali, ma li svuot di contenuto, affiancando ad essi consigli pi ristretti, come quello dei Settanta, vera roccaforte del partito mediceo, o potenziando il ruolo di magistrature gi esistenti, come nel caso degli Otto di guardia, che gi al tempo degli Albizzi erano diventati una vera e propria polizia politica, pronta a colpire gli avversari politici. Questa progressiva manomissione degli organismi municipali non giunse per a modificare radicalmente l'assetto istituzionale dell'antico Comune, per cui ancora per tutta l'et di Lorenzo non fu possibile introdurre quelle forme centralizzate di governo, che si andavano sperimentando in altre parti dell'Italia e dell'Europa.

Proprio perch quella dei Medici era solo una supremazia di fatto e non una signoria legittima, non mancavano a Firenze famiglie, che, ritenendo i giochi ancora aperti, non si sentivano escluse dalla lotta per il potere. Gi il padre di Lorenzo aveva dovuto fronteggiare nel 1466 una congiura che faceva capo al ricchissimo Luca Pitti; ora un nuovo e molto pi pericoloso colpo di mano fu tentato contro Lorenzo e il fratello Giuliano attraverso il collegamento tra oppositori interni e nemici esterni.
All'origine di tutto  da porre, ancora una volta, la politica nepotistica di Sisto IV, il quale pretendeva dai Medici il denaro per riscattare Imola dal duca di Milano e darla in signoria al nipote Girolamo Riario. Essendosi essi rifiutati, tolse loro la gestione delle finanze papali, affidandola alla famiglia dei Pazzi, che acconsent a versare la somma richiesta. La situazione peggior di l a poco, quando il pontefice nomin arcivescovo di Firenze Francesco Salviati, parente dei Pazzi. In seguito all'opposizione di Lorenzo il Salviati fu trasferito a Pisa, ma i Pazzi non si diedero per vinti e ordirono una congiura in accordo con il Salviati e con Girolamo Riario, che vedeva nei Medici un ostacolo all'ingrandimento della sua signoria romagnola.
Il colpo fu fissato per il 26 aprile 1478, giorno dell'arrivo a Firenze del cardinale Raffaele Riario Sansoni, anch'egli nipote di Sisto IV. Durante la funzione liturgica nel duomo alcuni sicari si avventarono sui due fratelli: Giuliano rimase ucciso, mentre Lorenzo, bench ferito, riusc a rifugiarsi in sacrestia, le cui porte furono sbarrate dal poeta e umanista Angelo Poliziano. La reazione popolare che ne segu provoc la morte di molti dei Pazzi e dello stesso arcivescovo Salviati, mentre il Sansoni, sospettato di complicit, fu trattenuto in ostaggio. La reazione del papa fu immediata. Lorenzo, considerato responsabile della violenza contro i due alti ecclesiastici, fu scomunicato e Firenze fu colpita dall'interdetto. Sisto Quarto riusc poi a trarre dalla sua il re di Napoli e Siena, e a infliggere a Firenze, mal sostenuta da Milano, una sonora sconfitta a Poggio Imperiale, senza riuscire per a chiudere la partita.
Lorenzo allora, con grande audacia e lungimiranza, si rec a Napoli, dove ebbe un colloquio con re Ferrante, riuscendo alla fine a trarlo dalla sua parte e a porre le basi di un'alleanza destinata a durare nel tempo. Il papa, rimasto solo, non pot fare altro che venire a patti, per cui nel marzo del 1480 fu firmato un accordo che prevedeva il ritorno alla situazione anteriore allo scoppio della crisi e quindi anche l'annullamento dell'interdetto su Firenze.
L'alleanza tra Firenze, Milano e Napoli resse assai bene, come abbiamo visto, in occasione della guerra di Ferrara, e super indenne anche la crisi provocata dalla congiura dei baroni meridionali contro re Ferrante. Anche questa volta un conflitto interno fu sul punto di sconvolgere gli equilibri politici dell'intera penisola. I baroni infatti, da tempo sospettosi della politica accentratrice della monarchia aragonese e ancora di pi in ansia per gli orientamenti antifeudali che manifestava il principe ereditario Alfonso, videro nel distacco del re dal papa la possibilit di attrarre il pontefice dalla loro parte contro il sovrano. La prospettiva era tanto pi plausibile, se si considera che alla ribellione, scoppiata apertamente nel novembre del 1485, aderivano personaggi di altissimo livello, quali il principe di Salerno Antonello Sanseverino, il conte di Sarno e ricchissimo uomo d'affari Francesco Coppola nonch lo stesso segretario del re, Antonello Petrucci. Intanto a settembre si era gi ribellata L'Aquila, che dichiarava di riconoscere solo l'alta sovranit del pontefice, cos come fecero poco dopo anche i baroni.
Innocenzo VIII, nonostante la pazienza e la moderazione mostrati da Ferrante nel tentare di comporre pacificamente la contesa, non esit a ricorrere alle armi, inviando truppe nel regno e chiedendo l'aiuto di Venezia, la quale per si limit ad autorizzare il suo capitano Roberto Sanseverino a muovere a titolo personale contro il re, alla testa di un piccolo esercito di duemila cavalieri e altrettanti fanti; e in effetti il Sanseverino, esponente di una famiglia tradizionalmente ostile agli Aragonesi, si scontr un paio di volte, con alterna fortuna, con le truppe del duca di Calabria, in Abruzzo e nei pressi di Velletri.
La diplomazia del Magnifico era intanto in piena attivit, per bloccare l'allargarsi del conflitto, in ci pienamente spalleggiata da Milano. Si giunse cos alla pace dell'11 agosto 1486: il re si impegnava a pagare regolarmente il tributo, dovuto alla Chiesa in segno di vassallaggio, a perdonare i baroni ribelli e ad accettare l'arrivo di un legato pontificio, che avrebbe dovuto comporre tutte le questioni pendenti nei rapporti con i feudatari. Le cose poi andarono diversamente. Re Ferrante, infatti, raggiunto l'obiettivo di dividere il fronte avversario, pun in maniera spettacolare i personaggi pi in vista, che avevano partecipato alla congiura, facendoli arrestare, gi il 13 agosto, durante il ricevimento che si svolse in Castelnuovo (pi noto oggi come Maschio angioino) per le nozze del primogenito del conte di Sarno con una nipote dello stesso re. Dopo un sommario processo il Petrucci e i suoi figli, e il Coppola furono giustiziati, nonostante le proteste di papa Innocenzo, che tent invano di coinvolgere nuovamente i Veneziani.
Per il momento quindi gli equilibri generali in Italia furono salvaguardati. Con la scomparsa per di Lorenzo il Magnifico e di Innocenzo Ottavo nel 1492, seguita due anni dopo da quella di Ferrante, fin il periodo in cui fu possibile circoscrivere e risolvere rapidamente i conflitti locali, e inizi un'et drammatica di guerre e invasioni per il predominio in Italia da parte delle maggiori potenze europee; e ci proprio in un periodo in cui il paese viveva una straordinaria fase di fioritura culturale, dando con l'Umanesimo e il Rinascimento un contributo fondamentale alla civilt moderna, grazie anche all'opera di personaggi di cui abbiamo parlato finora soltanto come uomini di Stato.
...
.
...
26.5. Il trionfo dell'Umanesimo.
...
All'avvento al potere di Lorenzo il Magnifico nel 1469 aveva gi raggiunto il massimo del suo sviluppo un grandioso movimento culturale, iniziato verso la fine del Trecento da letterati quali Coluccio Salutati (1331-1406), Leonardo Bruni (1370-1444), Poggio Bracciolini (1380-1459), i quali, seguendo l'esempio di Francesco Petrarca (1304-1374), si diedero con grande fervore a recuperare le opere degli scrittori classici non pi in circolazione e a rileggere con spirito nuovo quelle gi note. Non che il Medioevo non avesse conosciuto molti testi della letteratura latina precristiana; anzi non pochi di essi erano utilizzati a tutti i livelli dell'insegnamento, ma senza che studenti e docenti ne cogliessero il significato profondo. Essi venivano presentati come esempi di perfezione formale e piegati a una lettura allegorico-morale, per cui personaggi e avvenimenti presenti nelle opere di poeti e prosatori classici erano interpretati come anticipazioni dell'era cristiana e come modelli di vita morale.
.
Ora invece si mira a rileggere quelle opere per capire il mondo che vi si esprimeva, l'idea dell'uomo e della natura che avevano i loro autori, sentiti come espressione di una cultura del tutto diversa rispetto a quella del recente passato, considerato appunto come un'et intermedia tra antichit classica e tempi moderni. Sono infatti gli esponenti della nuova cultura a creare il concetto di Medioevo, estraneo agli intellettuali dell'et medievale, i quali vedevano la storia scandita secondo i ritmi del disegno salvifico di Dio e quindi segnata in maniera definitiva dall'incarnazione di Cristo. Tutto quello che era avvenuto prima era da recuperare nella misura in cui era prefigurazione di quello che sarebbe avvenuto dopo. Il mondo classico non si configurava come un blocco storico a s stante, diverso rispetto a quello creatosi con le invasioni germaniche e il crollo dell'impero romano d'Occidente, ma come una realt che attraverso l'opera della Chiesa aveva continuato a vivere nell'Europa romano-germanica. "Passato e presente si mescolavano e confondevano in un unico intreccio culturale privo di spessore e di distanza storica" (Vasoli 1988). Ora invece alla lettura dei classici si torna con la consapevolezza che essi appartenevano ad un'et lontana nel tempo, alla quale ne era seguita un'altra, che aveva creato valori ed ideali estetici completamente diversi: un'et da considerare nel suo complesso in maniera negativa, perch conobbe una profonda decadenza in tutti i campi del sapere. Nasceva cos, come si  detto nell'Introduzione, la polemica sul Medioevo.
.
L'ideale della nuova cultura umanistica - detta cos perch propugnava un nuovo atteggiamento verso le humanae litterae, come venivano chiamati nell'et classica gli studi letterari e filosofici - era quello di riprendere il colloquio con gli autori antichi, per farne i nuovi modelli di formazione e quindi per imitarli. Il primo problema che si pose fu quello di disseppellire dall'oblio le opere non pi lette e trascritte, perch non inseribili nel progetto educativo della scuola medievale. L'esempio venne dal Petrarca, che nella biblioteca del capitolo cattedrale di Verona ritrov le Epistulae ad Atticum di Cicerone, mentre a Coluccio Salutati si deve il ritrovamento delle Familiares, sempre di Cicerone. Ma il pi fortunato scopritore di opere classiche fu Poggio Bracciolini, anch'egli fiorentino, che in qualit di segretario pontificio partecip al Concilio di Costanza ed ebbe modo di viaggiare a lungo in Svizzera, Francia e Germania, dove visit le biblioteche di vari monasteri. Dopo aver scoperto nel monastero di S. Gallo (oggi in Svizzera) il testo completo delle Institutiones oratoriae di Quintiliano, nel Medioevo note solo in maniera imperfetta, continu nelle sue ricerche, ritrovando le Silvae di Stazio, le Punicae di Silio Italico, le Historiae di Animiano Marcellino, il De re rustica di Columella, le Argonauticae di Valerio Fiacco, l'Astronomicon di Manilio nonch, nell'abbazia di Cluny, due orazioni ignote di Cicerone. La scoperta che fece pi scalpore fu tuttavia quella del De rerum natura di Lucrezio, che fece nascere un grande interesse per l'epicureismo, contribuendo a diffondere tra gli umanisti l'ideale del sereno piacere (honesta voluptas).
.
Contemporaneamente venivano fuori altri manoscritti contenenti opere gi note, ma in maniera imperfetta a causa degli errori di trascrizione e delle interpolazioni che vi erano state compiute nel corso dei secoli. Fu possibile cos avviare un esame comparato tra i vari manoscritti di una stessa opera, per risalire alla sua forma originaria.  la nascita della filologia, vale a dire del metodo critico nell'esame dei testi antichi nonch di ogni forma di espressione e di pensiero: metodo che diventa una componente essenziale della mentalit umanistica. Il rappresentante pi prestigioso di questa nuova filologia, intesa come esercizio di interpretazione storica, fu il romano Lorenzo Valla (1407-1457), autore della famosa dissertazione De falso eredita et ementita Constantini donatione, in cui dimostra la falsit della donazione di Costantino a papa Silvestro sulla base di argomentazioni di carattere non solo storico-giuridico, ma anche linguistico. Nel testo abbondano, infatti, usi grammaticali e lessicali attribuibili non al tempo di Costantino, ma ai secoli dell'Alto Medioevo.
.
L'opera di recupero del mondo antico fece ulteriori progressi con la diffusione della conoscenza del greco, ancora poco noto allo stesso Petrarca. Anche a tal riguardo preziosissimo fu l'apporto di Coluccio Salutati, il quale ne promosse l'insegnamento a Firenze, chiamandovi dotti da Costantinopoli che portarono con s non pochi codici. Ulteriore impulso alla conoscenza della cultura greca fu dato da due grossi eventi di carattere politico-religioso: il Concilio di Ferrara-Firenze del 1438-1439 per l'unione tra Chiesa greca e Chiesa latina, e la conquista di Costantinopoli da parte dei Turchi nel 1453, che provoc il trasferimento in Italia di diversi ecclesiastici e dotti bizantini. A rappresentare ufficialmente al concilio la Chiesa greca, fu Giovanni Bessarione (1403-1472), arcivescovo di Nicea e profondo conoscitore di Platone il quale port con s un buon numero di codici greci, donati poi a Venezia e destinati a formare il primo nucleo della Biblioteca Marciana. Oltre al Bessarione, nominato in seguito cardinale della Chiesa romana, partecip al concilio il filosofo Giorgio Gemisto, detto Pletone (1355-1452), anch'egli studioso di Platone.
Stabilitosi a Firenze, fu colui che pi contribu alla conoscenza in Italia della filosofia greca e alla fortuna degli studi platonici, ravvivando la polemica tra i sostenitori di Platone e Aristotele.
.
Se nella seconda met del Quattrocento si impose Platone, dopo una supremazia aristotelica agli inizi del secolo, il merito fu tuttavia di Marsilio Ficino (1433-1499), che pure era stato allievo di un aristotelico. All'origine della sua conversione ci fu l'interesse per la cultura greca di Cosimo dei Medici, il quale nel 1462 affid al Ficino l'incarico di tradurre in latino le opere di Platone, mettendogli a disposizione una villa a Careggi, appena fuori Firenze. Qui egli, convertitosi ormai alla filosofia platonica e neoplatonica, organizz un circolo di amici e allievi, che formarono una vera e propria accademia, frequentata anche da Lorenzo il Magnifico.
.
L'obiettivo che si pose fu assai ambizioso, volendo giungere, attraverso una perfetta fusione tra Umanesimo e Cristianesimo, all'elaborazione di una cultura universale, valida per tutti i popoli. Il fatto  che l'Umanesimo recava in s un'ambiguit di fondo: l'esaltazione del mondo classico e quindi della cultura pagana and inevitabilmente al di l dell'ambito letterario, configurandosi come una componente non secondaria di quell'altissima considerazione della dignit dell'uomo e delle sue molteplici capacit, che si espresse emblematicamente nel De dignitate et excellentia hominis (1452) di Giannozzo Manetti e nella Oratio de hominis dignitate (1486) di Giovanni Pico della Mirandola. Ne derivava un problema di rapporti con il Cristianesimo, che i pi tendevano a eludere, essendo portati a credere che, nella religione colta delle lites, sapienza antica e messaggio cristiano si integrassero in maniera spontanea e che il popolo potesse continuare a praticare, con i suoi riti e le sue devozioni, una forma inferiore di religione. Ci nondimeno gli umanisti pi impegnati sul versante della riflessione filosofica ritennero a un certo punto che bisognasse fare fino in fondo i conti con la tradizione cristiana.
.
Tra essi Marsilio Ficino, che ne fece la ragione stessa della sua vita. Dopo aver preso i voti nel 1473, pubblic due opere dal titolo De christiana religione e Theologia platonica, in cui un Cristianesimo raffinato e ridotto a un insieme di verit razionali si integrava perfettamente con una filosofia che abbandonava l'esaltazione dell'uomo in s e individuava il motivo della sua eccellenza nel suo destino ultraterreno, nella sua ricongiunzione con l'Essere supremo. Nelle sue aspettative questa filosofia cristiana e platonica avrebbe apportato pace e concordia a tutta l'umanit.
.
Il pensiero di Marsilio Ficino ebbe grande influenza su quelle correnti dell'Umanesimo europeo che ebbero un'impronta pi religiosa e filosofica, impegnandosi nel rinnovamento della vita religiosa attraverso la riscoperta e l'esame critico, sulla scia di Lorenzo Valla, sia delle opere dei Padri della Chiesa sia della Bibbia. Tra gli esponenti di questo evangelismo umanistico un personaggio di primo piano fu Erasmo da Rotterdam (1466-1536).
...
.
...
26.6. Il mecenatismo e i centri della cultura rinascimentale.
...
Il movimento umanistico, anche se coinvolse i dotti di ogni parte d'Italia, ebbe tuttavia i suoi punti di forza in alcuni centri e in alcuni gruppi di intellettuali, che operarono in maniera non episodica, anche se solo di rado e in tempi successivi diedero vita a vere e proprie accademie. I punti di pi forte coagulo di artisti e letterati del tempo furono tuttavia le corti dei principi e in generale i maggiori centri di potere politico del tempo.
Innanzitutto Firenze, culla dell'Umanesimo, che vi comp tutta intera la sua parabola: una prima fase, tutta laica e repubblicana, che ebbe la sua massima espressione in personaggi, quali Salutati e Bracciolini, cancellieri del Comune al servizio della giustizia e del buon governo, e Leonardo Bruni, che nella sua Laudatio Florentinae urbis (1403) espresse, attraverso l'esaltazione di Firenze, la sua fede nelle istituzioni repubblicane e nell'impegno civile degli uomini di cultura; una seconda fase, caratterizzata dalla filosofia misticheggiante del Ficino e dalla rinuncia agli ideali repubblicani, con conseguente adesione al governo sempre pi principesco di Lorenzo dei Medici e relativa perdita di autonomia intellettuale. Anzi la protezione che il Magnifico assicur a letterati e artisti fu un elemento non secondario del suo apparato di potere, che gener consenso all'interno e prestigio all'esterno anche grazie all'opera di coloro che celebrarono in lui l'incarnazione dell'ideale platonico del principe-filosofo. In ogni caso fu merito dei Medici aver creato le condizioni perch si realizzasse nella Firenze del Quattrocento un concentramento di ingegni, quale si era visto in precedenza solo nell'Atene di Pericle. Oltre ai tanti personaggi che abbiamo gi menzionati,  da ricordare qui lo squisito poeta e filologo Angelo Poliziano (1454-1494), il quale lott contro la pedissequa imitazione dei classici, sostenendo che attraverso il loro studio bisognava pervenire comunque alla formazione di un pensiero e di una forma di espressione originali. A lui sono da aggiungere i poeti Luigi Pulci e lo stesso Lorenzo il Magnifico nonch uno stuolo di pittori, scultori, architetti, tra cui, oltre al Brunelleschi e all'Alberti, Michelozzo Michelozzi, Giuliano da Sangallo, Masaccio, Botticelli, Ghirlandaio, Lorenzo Ghiberti, Donatello, Della Robbia. A Firenze oper anche Leonardo da Vinci e fece in tempo a conoscere il Magnifico, e ad averne protezione, lo stesso Michelangelo Buonarroti (1475-1564).
Solo Roma, come abbiamo gi anticipato nel capitolo precedente, riusc a tenere il passo con Firenze, e poi a sopravanzarla agli inizi del Cinquecento, e ci grazie al mecenatismo dei papi e alle opere grandiose da loro intraprese. Gi Niccol Quinto aveva progettato di creare una grandiosa biblioteca, al livello di quella famosa di Alessandria d'Egitto, per rifornire la quale aveva messo al lavoro un gran numero di copisti e aveva mobilitato librai di ogni parte del mondo: biblioteca che avrebbe dovuto essere ospitata in un apposito palazzo. Il progetto per allora non ebbe attuazione, ma si raccolse lo stesso un numero notevole di codici (cinquemila secondo Vespasiano da Bisticci), nel mentre si intraprendevano lavori di altro genere. Alla ricostruzione della basilica di San Pietro lavorarono architetti quali Leon Battista Alberti, Bernardo Rossellino, Bramante e Michelangelo, mentre all'interno dei palazzi vaticani dipingevano Luca Signorelli, il Botticelli, il Ghirlandaio, il Pinturicchio e, agli inizi del Cinquecento, Michelangelo e Raffaello, per non parlare poi dei maestosi palazzi e delle ville fatte costruire da cardinali e famiglie dell'aristocrazia: risalgono a questo periodo, ad esempio, palazzo Venezia, palazzo Farnese, la villa della Farnesina.

Tra i centri importanti dell'Umanesimo-Rinascimento va annoverata anche la corte aragonese di Napoli, dove fu raccolta una splendida biblioteca. Vi furono ospitati, oltre ai gi menzionati Lorenzo Valla e Giannozzo Manetti, poeti e letterati quali Gioviano (Giovanni) Fontano, Antonio Beccadelli detto il Panormita, Bartolomeo Facio, il greco Michele Marnilo nonch Jacopo Sannazaro, il cui romanzo pastorale Arcadia, pieno di reminiscenze classiche, fece nascere in tutta Europa una vera e propria moda. Vi ebbero una splendida fioritura anche la musica, come vedremo tra poco, e l'arte, il cui episodio di maggiore rilievo  l'arco trionfale di Alfonso d'Aragona, realizzato da Francesco Laurana in Castelnuovo.
A Milano Ludovico il Moro offr esempi di mecenatismo non inferiore a quello degli altri principi. Per lui lavor nel Castello sforzesco anche Donato Bramante, autore del coro e della cupola della chiesa del convento domenicano di Santa Maria delle Grazie, nel cui refettorio alla fine del secolo Leonardo dipinse L'ultima cena.
Non meno splendide furono la vita di corte e l'attivit artistico-letteraria in centri quali Urbino, Mantova, Ferrara, dove ugualmente lavorarono o furono ospitati i maggiori poeti e artisti del tempo. Basta ricordare qui il palazzo ducale di Urbino, dove Baldassarre Castiglione ambienter ai primi del Cinquecento il suo Cortegiano, esempio del perfetto uomo di corte, gli affreschi del Mantegna nel castello dei Gonzaga a Mantova, la presenza alla corte degli Estensi a Ferrara di Matteo Maria Boiardo, autore dell'Orlando innamorato, e poi di Ludovico Ariosto, che pubblicher nel 1516 il suo Orlando furioso.
Assai intensa tra Quattro e Cinquecento fu l'attivit artistica anche a Venezia e nelle citt del suo dominio, tra cui Vicenza: attivit legata ai nomi di Andrea Palladio, Tiziano Vecellio, Jacopo Tatti detto il Sansovino. Una menzione particolare merita Padova, vivace centro culturale gi in et preumanistica, grazie a personaggi quali Albertino Mussato, Ferreto de' Ferreti, Lovato de' Lovati.




26.7

La musica nelle corti e nella societ del Quattrocento


Presso le corti italiane ed europee fu assai intensa non solo la produzione artistica e letteraria, ma anche quella musicale. Non si tratt per di una novit assoluta, dato che almeno dal Trecento la musica era tenuta in grande considerazione. Lo dimostrano gli Ordinamenti emanati nel 1344 da Pietro il Cerimonioso, per riorganizzare la casa reale catalano-aragonese, in cui era prevista anche la presenza di musicisti "secondo quanto mostra l'antichit", poich il loro ufficio "dona quell'allegria che i prncipi debbono molto desiderare e conservare con onest, sicch tristezza ed ira siano bandite ed essi in ogni tempo si mostrino pi benevoli".
La novit del Quattrocento  rappresentata dalla nascita del professionismo e di un sistema relativamente stabile di patronato musicale, attraverso la creazione della "cappella" cattedrale o di corte; in essa il musicista fa e insegna musica, mentre cantanti e compositori vi svolgono il loro apprendistato musicale, che sar completato con lo studio della teologia o del diritto nelle universit. Anche al musicista infatti, come all'architetto e all'artista, si chiede ora una preparazione pi ampia, che va al di l della semplice capacit di suonare uno strumento.
Naturalmente i musicisti di fama erano molto richiesti e i principi non esitavano a ricorrere agli intrighi per procurarseli, con il rischio di provocare perfino incidenti diplomatici.
Cos nel 1475 il duca di Borgogna Carlo il Temerario dovette intervenire, per comporre la rottura fra il duca di Milano Galeazzo Maria Sforza e il re di Napoli Ferrante d'Aragona, al quale era stato sottratto con l'inganno un apprezzato cantore fiammingo, Jean Cordier. Il Quattrocento musicale fu caratterizzato dalla netta prevalenza della scuola fiamminga, che port a livelli assai alti la musica sacra polifonica, cio a pi voci. Fecondissimo compositore di messe, oltre che di mottetti sacri e profani, fu appunto il fiammingo Guillaume Dufay (1400 ca.-l474), uno dei pi grandi musicisti di tutti i tempi. Di un altro fiammingo, Josquin des Prs (1440-1521), Baldassarre Castiglione disse che era "spirito nuovo di virt repleto". La loro produzione era nota in Italia per il gran numero di polifonisti fiamminghi, che vi giungevano alla ricerca di benefici ecclesiastici e di "ingaggi" presso le corti.
Per la musica sacra italiana il "secolo d'oro" sar invece il Cinquecento, dominato dalla figura di Pier Luigi da Palestrina (1525 ca.-1594), autore di un centinaio di messe, alcune delle quali ancora oggi frequentemente eseguite. Nella seconda met del Quattrocento i musicisti italiani raggiunsero tuttavia risultati di notevole livello artistico nella musica profana, sia popolare sia di corte. Mentre a Firenze fiorivano i canti carnascialeschi, destinati a divertire il popolo ed eseguiti a una sola voce o a pi voci, alla corte dei Gonzaga di Mantova, per merito di Isabella d'Este, fioriva la frottola, una forma di musica polifonica a quattro voci, che si diffuse rapidamente in tutta Italia. Da essa nascer, tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento, il madrigale, la forma musicale pi importante di quella straordinaria stagione artistica e letteraria che fu il Rinascimento italiano; una stagione artistica, in cui i progressi e i cambiamenti avvenivano in maniera cos rapida, che Johannes Tinctoris, un trattatista fiammingo al servizio di re Ferrante, pot scrivere, fra il 1472 e il 1491, che non resta "cosa composta oltre quarant'anni fa che le persone colte stimino degna di essere ascoltata".



26,8
La nascita della diplomazia moderna


Artisti, letterati, musicisti, scienziati non erano accolti a corte e protetti solo perch abbellivano le dimore dei potenti e ne esaltavano le capacit di governo, ma anche per le prestazioni che fornivano in quanto ingegneri e architetti militari, cancellieri, pedagoghi, governatori di province. Dalla loro cerchia principi e Stati repubblicani traevano anche gli ambasciatori, chiamati generalmente "oratori", perch non di rado nelle cerimonie pubbliche erano chiamati a tenere dotte orazioni in latino: si trattava di una figura nuova nel panorama politico della penisola, destinata nel secolo seguente a diventare familiare all'intero sistema degli Stati europei.
Ambasciatori ne erano sempre esistiti, fin dall'antichit, ma si trattava di inviati occasionali, che tornavano in patria alla fine della missione loro affidata. L'intensit e la frequenza delle relazioni, militari e non, tra gli Stati italiani quattrocenteschi provoc il prolungamento di tali ambascerie tradizionali, fino alla loro trasformazione in rappresentanze diplomatiche stabili, soprattutto, nei primi tempi, tra Stati collegati da vincoli di alleanza o di subordinazione. Trattative particolari continuarono ad essere affidate a inviati straordinari, pi chiaramente informati della volont del proprio governo, ma la raccolta quotidiana di ogni tipo di informazioni divenne compito fondamentale dell'ambasciatore stabile, il quale solo era in grado di stabilire contatti personali nella corte in cui si trovava, imparando a conoscerne a fondo le caratteristiche.
Un ambasciatore doveva scrivere almeno ogni due o tre giorni, ma nei casi di maggiore importanza giungeva anche a comporre pi lettere in una sola giornata. Queste erano poi affidate a corrieri a piedi o a cavallo: dai dieci ai quindici giorni erano necessari perch una lettera arrivasse, via terra, da Napoli a Milano, due o tre perch dalla stessa Milano fosse recapitata a Genova: se poi si passavano le Alpi, i tempi si allungavano enormemente, e un mese intero era a stento sufficiente perch un dispaccio spedito da Parigi giungesse in Italia.
A volte gli ambasciatori si servivano delle "poste", cio delle stazioni per il cambio dei cavalli, organizzate dagli osti e dai mercanti, finch, prima in occasione di guerre, poi in forma stabile, furono creati servizi di poste stabili: in casi eccezionali una lettera poteva impiegare anche soltanto ottanta ore, per percorrere un migliaio di chilometri.
...
.
...
APPROFONDIMENTI: VITA DA AMBASCIATORE.
...
La vita dell'inviato era piena di disagi: come tutti i viaggiatori del suo tempo, si metteva in strada dopo aver provveduto a far testamento. I pericoli, infatti, non mancavano: guerre e malattie endemiche erano gli incidenti pi frequenti, e un ambasciatore genovese rischi anche di perdersi nella neve sull'Appennino meridionale durante i giorni terribili del terremoto del dicembre 1456.
.
Le lettere degli ambasciatori sono piene di notizie sulle loro condizioni di vita: i soldi non bastavano mai, e se ne andavano tutti per pagare le osterie e i servi, per mantenere efficienti i cavalli e i muli, o anche per le mance ai suonatori e per le vesti di gala durante le cerimonie pubbliche.
Quando era necessario, essi pedinavano letteralmente i loro interlocutori.
.
Era quello che accadeva, ad esempio, al re di Napoli Alfonso d'Aragona, che aveva dietro di s un inviato straniero anche durante le frequentissime battute di caccia, che costituivano il suo sport preferito. Egli inoltre accoglieva i visitatori pi benvoluti, quando era costretto a letto per qualche malore, nei suoi appartamenti privati, dove, mostrandosi con la barba incolta, lasciava sedere lo stupefatto ambasciatore sulla sponda del suo letto.
.
Nel 1448 il vescovo di Modena condusse delicate trattative in nome del marchese Lionello d'Este presso lo stesso re d'Aragona, impegnato in Maremma nelle operazioni militari antifiorentine. Ogni giorno il prelato abbandonava Grosseto, dove era alloggiato, per raggiungere a cavallo l'accampamento del sovrano, spesso senza riuscire a concludere nulla.
Pi pericoloso fu, per l'ambasciatore milanese Antonio daTrezzo, seguire il re di Napoli Ferrante nella lunga campagna di guerra contro i baroni ribelli e le forze del pretendente al trono Giovanni d'Angi. Nel luglio del 1460 il povero ambasciatore perse tutto durante la rovinosa sconfitta che il sovrano sub a Sarno: la tenda e il letto da campo, i vestiti, le preziose scritture. Durante la fuga fu addirittura colpito, fortunatamente senza ferite, da un nemico. Per giorni s trov poi isolato dal re e, per evitare le truppe nemiche, fu infine costretto a raggiungere Napoli da Sarno, passando per la costa sorrentina.
.
Una vita avventurosa dunque, ma fatta anche della quotidiana e noiosa fatica dello scrivere: fatica aggravata spesso dalla necessit di cifrare le lettere pi importanti e riservate, per evitare che potessero essere lette in caso di cattura dei corrieri.
La corrispondenza diplomatica costituiva ormai la nervatura del sistema di Stati, e ancora oggi gli archivi italiani conservano decine di migliaia di lettere del Quindicesimo secolo, ricche di dati interessantissimi per la storia militare, politica, sociale e culturale dell'et del Rinascimento.
...
.
...
26.9. La crisi del sistema degli Stati italiani.
.
La figura dell'ambasciatore stabile era uno soltanto degli elementi della nuova organizzazione statale, che i principi italiani e le superstiti repubbliche andavano costruendo in parallelo con quanto facevano i sovrani dei maggiori Stati europei del tempo. Contemporaneamente, infatti, si procedeva al potenziamento degli organismi centrali di governo e alla creazione di una rete di funzionari in grado di far giungere a livello locale la volont del principe, ormai sempre pi orientato a sovrapporsi alle preesistenti strutture di governo esistenti sul territorio. I settori in cui quest'opera di centralizzazione fu portata avanti con maggiore impegno erano quello fiscale e quello legislativo-giudiziario.
.
Gli interventi in campo fiscale nascevano, come altrove in Europa, dall'esigenza di accrescere le entrate dello Stato per far fronte alle spese provocate dal potenziamento dell'apparato burocratico nonch dalla creazione di nuovi tribunali, che si tentava di sostituire a quelli locali o di sovrapporre ad essi come corti di appello. Altre risorse erano assorbite dalle spese militari, per la costruzione e il potenziamento degli apparati difensivi e per l'ingaggio dei migliori condottieri del tempo. Nello stesso tempo, tuttavia, si mir a creare eserciti stabili, arruolati tra le popolazioni locali e dipendenti direttamente dal principe, al quale gli umanisti non mancavano di consigliare una buona preparazione anche in ambito militare, sull'esempio dei grandi condottieri del passato.
.
Tutto questo per non bast a mettere gli Stati italiani in grado di competere con le grandi monarchie europee, che gli stessi ordinamenti stavano creando in dimensioni molto pi grandi e sulla base di risorse materiali e morali (il sentimento nazionale e il lealismo regio), che superavano di gran lunga quelle, su cui potevano contare i governanti italiani.
.
La disparit di forze apparir clamorosamente in evidenza con la discesa in Italia di Carlo Ottavo di Francia nel 1494, anno che segna, come scriver il Guicciardini, l'inizio delle "calamit d'Italia", di quell'Italia che "perch ridotta tutta in somma pace e tranquillit, coltivata non meno ne' luoghi pi montuosi e pi sterili che nelle pianure e regioni sue pi fertili, n sottoposta a altro imperio che de' suoi medesimi, non solo era abbondantissima d'abitatori, di mercatanzie e di ricchezze, ma illustrata sommamente dalla magnificienza di molti principi, dallo splendore di molte nobilissime e bellissime citt, dalla Sedia e maest della religione, fioriva d'uomini prestantissimi nella amministrazione delle cose pubbliche, e di ingegni molto nobili in tutte le dottrine e in qualunque arte preclara e industriosa".
.
Le guerre d'Italia avranno per l'effetto di provocare la dispersione per l'Europa di letterati, musicisti, pittori, scultori, architetti italiani (lo stesso Leonardo finir i suoi giorni in Francia in un castello messogli a disposizione dal re Francesco), i quali vi diffonderanno l'arte e la cultura italiana, comunicando a un pubblico pi ampio i risultati straordinari di un secolo e mezzo di studi e di ricerche.
...
.
...
Il dibattito storiografico: Il rinascimento: mito o realt?
...
.
...
Il termine "Rinascimento", introdotto dagli scrittori italiani nella variante "Rinascita" gi nel secolo XVI,  diventato di uso comune, a partire dalla met dell'Ottocento, per indicare una nuova et, successiva al Medioevo, durante la quale l'umanit, dopo un sonno durato secoli, sarebbe rinata a nuova vita, riscoprendo la bellezza del vivere ed elaborando nuovi valori, primo fra tutti quello dell'individualismo: nuova et che il maggiore artefice della fortuna del termine, lo storico svizzero Jacob Burckhardt, non esitava a definire moderna. Ma in che misura questa definizione corrisponde alla realt? Non si tratta piuttosto di un mito? Se c' un tema che nel corso degli ultimi due secoli non ha mai registrato un calo di interesse da parte degli storici, questo  proprio quello del Rinascimento, di cui si cerca tuttora di capire sia la durata nel tempo sia la natura; ancora oggi, infatti, ci si chiede se debba essere considerato un semplice movimento culturale, iniziato nel tardo Medioevo e proseguito nella prima et moderna, o un periodo storico intermedio tra il Medioevo e la vera e propria et moderna, che alcuni vorrebbero far iniziare con la cosiddetta "rivoluzione scientifica" dei primi decenni del Seicento, ad opera di Galileo, Descartes, Newton e altri.
In questo dibattito  possibile intanto indicare tre punti, sui quali si registra un ampio consenso:
a) l'immagine del Rinascimento come momento in cui nasce l'individualismo e comincia l'et moderna  da considerare un mito; e ci sia perch non ci fu affatto frattura con il Medioevo sia perch i nuovi valori, che effettivamente cominciarono a emergere nel Quattro-Cinquecento, ebbero bisogno ancora di molto tempo per affermarsi;
b) mito non significa, per, pura fantasia, ma amplificazione pi o meno spinta della realt, nel senso che gli scrittori, gli artisti, i pensatori, sulla base dei quali il Burckhardt costru la sua immagine del Rinascimento, furono veramente protagonisti consapevoli di una grande stagione culturale;
e) il termine "Rinascimento" pu essere utilizzato per indicare il periodo comprendente il Quattro-Cinquecento, ma tenendo ben presente che l'elemento unificante, quello che lo giustifica,  unicamente la cultura, la visione cio della vita e della realt che si espresse nelle arti, nelle lettere, nel costume; lo stesso termine, in ambito economico, politico, sociale non ha alcun senso, perch in essi si registrarono fenomeni complessi nonch tensioni e crisi drammatiche, che non giustificherebbero l'immagine complessiva di un "nuovo nascere".
La mitizzazione del Rinascimento non  stata per opera solo degli storici, ma anche e prima di tutto degli stessi umanisti, i cui maggiori esponenti concepirono e attuarono con forza un vero e proprio programma di azione e di propaganda culturale, per affermare l'idea che fra Tre e Quattrocento si era avviata una svolta radicale nella storia dell'umanit.
Tra essi Marsilio Ficino, il quale in una lettera del 1484 al fisico ed astronomo Paolo di Middelburg fece le lodi del suo secolo, definendolo "d'oro per i suoi aurei ingegni".
Alla mitizzazione del loro tempo compiuta dagli umanisti diedero un ulteriore apporto, nel Settecento, gli illuministi, in particolare Voltaire e D'Alembert, con i quali pu dirsi avviata la trasformazione del Rinascimento da movimento di rinascita culturale in periodo della storia umana, al quale essi intendevano ricongiungersi, considerandolo come l'origine dell'et moderna. Il dibattito sulla modernit del Rinascimento si approfond ulteriormente dopo la Rivoluzione francese, trovando un sicuro punto di riferimento nell'opera storica di Jules Michelet, il quale non solo vide un nesso tra Rinascimento e Rivoluzione, ma rivendic, nell'ottavo volume della sua Histoire de Franco, intitolato appunto La Renaissance (Parigi 1855), il carattere pi fortemente innovativo del Rinascimento, osservando che "la rivoluzione francese trov pronte le sue formule, scritte dalla filosofia. La rivoluzione del secolo XVI, giunta pi di cento anni dopo il decesso della filosofia d'allora, s'imbatt in una morte incredibile, in un nulla e part dal niente". Nella sua opera protagonisti della rinascita, che egli colloca pi propriamente nel Cinquecento, sono non solo artisti e letterati, ma anche scienziati, eretici, ribelli, grazie all'opera dei quali pu gridare: "II Sedicesimo secolo  un eroe".
Questa visione del Rinascimento come inizio dell'et moderna ebbe poi la sua sanzione definitiva, nella storiografia e nell'opinione corrente, con il libro di Jacob Burckhardt La civilt del Rinascimento in Italia, pubblicato nel 1860: un vero e proprio classico della storiografia, che conserva tuttora la sua importanza. Oggi sono considerate, infatti, prive di fondamento le critiche che ad esso mosse Benedetto Croce, secondo il quale l'opera dello storico svizzero era priva di problema storico e forniva solo un quadro statico. Si  capito invece che il problema storico c' ed  anche assai grande:  quello delle origini dello spirito moderno, al quale  connesso quello dello Stato moderno, da lui considerato come opera d'arte, come "la forma di vita dei popoli pi importanti".
Il libro del Burckhardt ebbe subito una fortuna e una circolazione amplissime, stimolando tutta una serie di ricerche sui singoli problemi in esso toccati. Tra il 1910 e il 1933-34 la tesi della "frattura" tra Medioevo e Rinascimento fu per capovolta dallo storico tedesco Konrad Burdach (1859-1936), il quale colse gli elementi di "continuit" tra le due et, collegando il Rinascimento con le aspirazioni di rinnovamento morale e religioso, prima ancora che culturale, che avevano di frequente pervaso la societ medievale, a partire soprattutto da Gioacchino da Fiore e Francesco d'Assisi (K. Burdach, Riforma, Rinascimento, Umanesimo, a cura di D. Cantimori, Firenze, Sansoni, 1935).
Nel dibattito aperto dal Burdach si inser Federico Chabod, il quale, come si  visto nel cap. 23, agli inizi degli anni Trenta era impegnato proprio in una riflessione sui caratteri politici e culturali del Rinascimento, da cui scaturirono negli anni 1934-38 due saggi, raccolti poi nel 1971 nel volume Lo stato di Milano nell'impero di Carlo Quinto (Torino, Einaudi). Egli riteneva fuorviante cercare nel Medioevo i singoli elementi che caratterizzarono la civilt del Rinascimento, et nella quale era del tutto nuovo il modo di porsi nei confronti della realt e di concepire le forme dell'attivit umana, anche se non si tratt di conquiste rapide, ma del punto di partenza di un lungo travaglio spirituale.
Su questa linea interpretativa si colloca anche Eugenio Garin, il quale alla cultura del Rinascimento ha dedicato una riflessione che  iniziata pi di mezzo secolo fa e si  tradotta in un gran numero di libri e saggi; in essi ha analizzato a fondo la natura del Rinascimento come fatto culturale, i cui valori avranno, s, riflessi positivi sulla societ, ma solo col passare del tempo e dopo lunghe lotte. Fra i suoi scritti sono da segnalare: L'Umanesimo italiano, Bari, Laterza, 1952 (pi volte ristampato); La cultura del Rinascimento, in Il Rinascimento. Le grandi civilt extraeuropee, vol. quarto de I Propilei. Grande storia universale Mondadori, a cura di G. Mann e A. Nitschke, Milano, Mondadori, 1969, pp. 481-589, nonch il volume da lui curato L'uomo del Rinascimento, Roma-Bari, Laterza, 1988.
Oggi effettivamente gli storici sono concordi nel considerare il Rinascimento essenzialmente un movimento di cultura, ma resta aperto il problema dell'individuazione dell'epoca in cui esso si produsse. Se per gli inizi si  orientati verso la fine del Trecento e gli inizi del Quattrocento, per la fine i pareri sono discordi. Storici, quali il francese Georges Lefebvre (1874-1959) e l'olandese Johan Huizinga (1872-1945), lo fanno arrivare fino all'Illuminismo, nel Settecento. Una messa a punto del problema  stata fatta di recente da uno storico della cultura di Cambridge, P. Burke (Il Rinascimento, Bologna, il Mulino, 1998), il quale colloca quella che egli chiama la "disintegrazione del Rinascimento" nei primi decenni del Seicento.

Per il dibattito storiografico sul Rinascimento: W.K. Ferguson, Il Rinascimento nella critica storica, Bologna, il Mulino, 1969; M. Ciliberto, Il Rinascimento. Storia di un dibattito, Firenze, La Nuova Italia, 1975.

Sui temi specifici toccati nel dibattito storiografico, oltre ai lavori gi citati, si vedano: C. Vasoli, Medioevo e Rinascimento, 2a ed., Palermo, Palumbo, 1976; H.J. Martin, La nascita del libro, Roma-Bari, Laterza, 1977; E. Garin, Il ritorno dei filosofi antichi, Napoli, Bibliopolis, 1983; E. Panofsky, Rinascimento e rinascenze nell'arte occidentale, Milano, Feltrinelli, 1981; La corte nella cultura e nella storiografia.
Immagini e posizioni tra Otto e Novecento, a cura di C. Mozzarelli e G. Olmi, Roma, Bulzoni, 1983; R.L. Guidi, Il dibattito sull'uomo nel Quattrocento, Roma, Tiellemedia, 1999; J. Verger, Gli uomini di cultura nel Medioevo, Bologna, il Mulino, 1999.
...
.
...
Bibliografia.
...
Sugli Stati regionali italiani e sui loro tentativi di egemonia, oltre alla bibliografia indicata nel cap. 23, si vedano: Comuni e signorie: istituzioni, societ, lotta per l'egemonia, Quarto volume della Storia d'Italia, dir. da G. Galasso, Torino, UTET, 1981; Gli Sforza a Milano e in Lombardia e i loro rapporti con gli Stati italiani ed europei (1450-1535), Milano, Cisalpino-Goliardica, 1983; J.-C. Maire Vigueur, Comuni e signorie in Umbria, Marche e Lazio, in Comuni e signorie nell'Italia nordorientale e centrale, Torino, UTET, 1987 (Storia d'Italia, dir. da G. Galasso, VII/2, pp. 321-605); G. Tabacco, Regimi politici e dinamiche sociali, in Le Italie del tardo Medioevo, a cura di S. Gensini, Pisa, Pacini, 1990, pp. 27-49; P. Mainoni, Economia e politica nella Lombardia medievale. Da Bergamo a Milano fra Tredicesimo e Quindicesimo secolo, Cavallermaggiore (Cuneo), Gribaudo, 1994; i saggi di G. Castelnuovo, G.M. Varanini, S. Carocci, G. Galasso, S. Tramontana, G. Chittolini in Principi e citt alla fine del Medioevo, a cura di S. Gensini, Pisa, Pacini, 1996; I. Lazzarini, Tra un principe e altri stati. Relazioni di potere e forme di servizio a Mantova nell'et di Ludovico Gonzaga, Roma, Istituto storico italiano per il Medioevo, 1996.
Sulla nascita della diplomazia nell'Italia del Quattrocento e su quella sforzesca in particolare: F. Leverotti, Diplomazia e governo dello stato. I famigli cavalcanti di Francesco Sforza (1450-1466), Pisa, GISEM-ETS, 1992; P. Margaroli, Diplomazia e stati rinascimentali: le ambascerie sforzesche fino alla conclusione della lega italica (1450-1455), Firenze, La Nuova Italia, 1992; R. Fubini, Italia quattrocentesca. Politica e diplomazia nell'et di Lorenzo il Magnifico, Milano, Franco Angeli, 1994; F. Senatore, "Uno mundo de carta". forme e strutture della diplomazia sforzesca, Napoli, Liguori, 1998; B. Figliuolo, Il diplomatico e il trattatista. Ermolao Barbaro ambasciatore della Serenissima, Napoli, Guida, 1999.
Sulla musica nelle corti rinascimentali: N. Pirrotta, Musica tra Medioevo e Rinascimento, Torino, Einaudi, 1984; C. Gallano, Nuove fonti per la storia musicale napoletana in et aragonese: i musicisti nei libri contabili del banco Strozzi, in AA.VV, Musica e cultura a Napoli dal Quindicesimo al Diciannovesimo secolo, Firenze, Olschki, 1983, pp. 47-59.
Sulla societ del Tardo Medioevo: M.S. Mazzi, Prostitute e lenoni nella Firenze del Quattrocento, Milano, Il Saggiatore, 1991; M. Tuliani, Osti, avventori e malandrini. Alberghi, locande e taverne a Siena e nel suo contado tra Trecento e Quattrocento, Siena, Protagon Editori Toscani, 1994; I. Lazzarini, Gerarchie sociali e spazi urbani a Mantova dal Comune alla Signoria gonzaghesca, Pisa, GISEM-ETS, 1994.
Sulla discesa in Italia di Carlo Ottavo e l'inizio delle "calamit d'Italia": G.
Galasso, L'Italia una e diversa nel sistema degli stati europei 1450-1750, in G. Galasso-L. Mascilli Migliorini, L'Italia moderna e l'Unit nazionale, vol. Diciannovesimo della Storia d'Italia, dir. da G. Galasso, Torino, UTET, 1998.
...
.
...
FINE.